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          14 gennaio 2019 - 17:00

          Le traiettorie del cambiamento demografico

          Le sfide e le opportunità della transizione demografica

          I dati demografici, che riguardano natalità mortalità, età, migrazioni, famiglie, matrimoni ecc., costituiscono un fattore fondamentale che influenza l’andamento delle economie, delle società e della politica di tutti i paesi. E quando parliamo di futuro della popolazione mondiale, ecco che si riaffacciano tutti i peggiori fantasmi malthusiani: una terra sovrappopolata in un ambiente sempre più afflitto dall’uso dissennato delle risorse naturali, dai miasmi dell’antropizzazione e dai disastri di uno sviluppo incontrollato. Non potrà davvero andare altro che così? Proviamo a vedere se gli elementi che ci suggeriscono i trend demografici sono solo negativi.

          Secondo le previsioni ONU, l'attuale popolazione mondiale di 7,6 miliardi dovrebbe raggiungere 8,6 miliardi nel 2030, 9,8 miliardi nel 2050. L’aumento della popolazione, sia quello registratosi negli ultimi anni sia quello previsto per i prossimi decenni, non è distribuito equamente fra i diversi paesi. Alcuni paesi hanno una grande popolazione di bambini e giovani, mentre altri hanno un'abbondanza di persone in età lavorativa, e in altri ancora la popolazione di persone anziane cresce rapidamente. Alcuni paesi si segnalano per una fertilità elevata, altri fanno sempre meno bambini, altri ancora, come gli Stati Uniti e pochi paesi europei, hanno ripreso a fare figli. Ognuno di questi rappresenta uno stadio distinto in un processo condiviso di transizione demografica e ciascuno presenta sfide prevedibili e opportunità che i paesi possono aspettarsi di incontrare. Questo processo di transizione “è in genere avviato dal declino della mortalità (migliore nutrizione e igiene, controllo delle patologie, cure mediche), cui segue una diminuzione delle nascite per decisione delle coppie spinte a limitare il numero dei figli sopravviventi e non più falcidiati dall’elevata mortalità infantile. Questa transizione, avvenuta nei paesi sviluppati nel 19° e nella prima parte del 20° secolo e iniziata nella seconda parte del secolo scorso nei paesi in via di sviluppo, tarda a maturare in Africa”( Livi Bacci 2015)1. Dunque la crescita della popolazione che abbiamo indicato sopra sarà concentrata in alcune regioni, in particolare nell’Africa, la cui popolazione avrà un rapido ritmo di espansione tanto che si prevede che oltre la metà della crescita della popolazione mondiale tra oggi e il 2050 si concentrerà in quel continente, che da tempo registra (e continuerà a registrare) un forte aumento della popolazione. Esso è dovuto proprio al ritardo del processo di transizione demografica dall’alta alla bassa mortalità e dall’alta alla bassa natalità: in effetti prima che la natalità si adegui al declino della mortalità  passa qualche decennio e in questa fase il tasso d’incremento accelera, proprio come sta avvenendo in Africa.

          Nel complesso, le future tendenze demografiche saranno influenzate soprattutto dalle traiettorie delle due componenti principali del cambiamento: fertilità e migrazione, otre che dalla mortalità. Per il mondo nel suo insieme, la fertilità è diminuita costantemente dagli anni '60. Nel periodo dal 2010 al 2015, la donna nel mondo ha avuto in media 2,5 nascite nel corso di tutta la vita. Ma questo numero varia ampiamente tra le diverse regioni: l'Europa ha il più basso livello di fertilità (anche se è cresciuto negli ultimi quindici anni da 1,4 a 1,6 nascite per donna) e tra il 2010 e il 2015 il 46% della popolazione mondiale viveva in paesi (soprattutto europei e nordamericani) in cui la fertilità si attestava ad un valore inferiore al livello di sostituzione (2,1 figli per donna), quello in cui il numero di bambini che arrivano di anno in anno non è sufficiente a sostituire la generazione dei genitori. Nel 2017, il 60% della popolazione africana aveva meno di 25 anni, mentre solo il 5% aveva 60 anni o più: è l'Africa il continente che, benché con una fertilità decrescente, continuerà a registrare i più elevati tassi relativi di crescita della popolazione.

          Tra il 1950 e il 2015, le regioni dell'Europa, del Nord America e dell'Oceania sono stati dei ricevitori netti di migranti internazionali che venivano da Africa, Asia e America Latina e i Caraibi (emittenti netti). Nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010, il movimento annuo netto di persone tra le principali regioni del mondo è aumentato costantemente e gli afflussi netti di migranti verso i paesi sviluppati ha raggiunto 3,1 milioni di persone all'anno. Dal 2010 a oggi, tuttavia, i flussi netti di migranti intercontinentali sono diminuiti e le previsioni indicano che diminuiranno ancora, mentre si potrebbero accrescere i flussi intracontinentali. Nella maggior parte delle situazioni, l'influenza della migrazione internazionale sulle dinamiche demografiche di un paese è molto più piccola dell'impatto dovuto all'equilibrio tra nascite e morti. Tuttavia, poiché la modifica del tasso di fertilità richiede tempo, in alcuni paesi con bassi livelli di fertilità e alti livelli di invecchiamento della popolazione, dove il numero di morti equivale approssimativamente e in alcuni casi supera il numero di nascite, un flusso netto di migranti può essere la principale fonte di crescita della popolazione e in alcuni casi ha concretamente evitato un calo delle dimensioni della popolazione. Inoltre, poiché la distribuzione per età dei migranti è tipicamente giovanile, i livelli positivi di migrazione netta tendono ad aumentare le quote della popolazione in età lavorativa (oltre che dei bambini e dei giovani) rispetto alla popolazione in età avanzata. Dunque, le migrazioni costituiscono un fattore certamente positivo per quei paesi, come la maggioranza di quelli sviluppati, che hanno un livello di sostituzione inferiore al minimo e che ricevono una controspinta positiva dalla presenza di migranti, utile anche a migliorare il proprio tasso di dipendenza degli anziani (rapporto tra popolazione sopra i 65 anni e popolazione in età lavorativa). Al tempo stesso, non possiamo tuttavia ignorare che la immigrazione può fornire solo un contrappeso parziale al rialzo a lungo termine della distribuzione per età.

          Nel complesso, come si vede da quanto sopra riportato, pur senza cadere in infondati ottimismi, i trend demografici internazionali non si prestano a una lettura catastrofista di tipo malthusiano, univocamente negativa ed allarmistica, ma offrono un complesso di luci e di ombre: se prevarranno le une o le altre dipenderà moltissimo dalle scelte dei policy makers, che avranno un’importanza fondamentale per imporre o meno le une sulle altre.


          Ricchezza e miglioramento della qualità della vita possono danneggiare l’economia quando si traducono in invecchiamento della popolazione e in basso tasso di natalità, generando uno sbilanciamento tra le coperture necessarie a garantire una pensione a chi è uscito dal mercato del lavoro e chi ancora lavora.  Una situazione complessa, destinata ad aggravarsi: nelle economie avanzate 1/3 della forza lavoro potrebbe andare in pensione nei prossimi 10 anni, una percentuale che cresce fino al 40-50% se si guarda ai prossimi 20 anni. In questo scenario, la pensione integrativa è lo strumento che aziende private come Generali mettono al servizio di chi intende accantonare nel tempo delle piccole quantità di denaro a garanzia di un futuro più sereno.
          Per saperne di più, guarda il video Così lontano, così vicino.


          1 Livi Bacci M. (2015) Le prospettive  demografiche dell’Africa (I parte). Un quarto della popolazione mondiale, http://www.neodemos.info/articoli/le-prospettive-demografiche-dellafrica-i-parte-un-quarto-della-popolazione-mondiale/