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          26 luglio 2018 - 10:30

          Pensioni, un futuro sostenibile

          Daniel Gros, Direttore del CEPS: “Nessuna emergenza: tecnologia e salute allungheranno la vita lavorativa”

          L’Europa è un continente vecchio, anche dal punto di vista anagrafico. L’età della popolazione aumenta, il tasso di natalità diminuisce. In prospettiva, i sistemi pensionistici dei Paesi Ue rischiano di non essere più sostenibili? Lo abbiamo chiesto all’economista tedesco Daniel Gros, 63 anni, Direttore del Centre for European Policy Studies (CEPS), un autorevole think tank con sede a Bruxelles.

          LEuropa registra un duplice fenomeno: invecchiamento e denatalità. Ora che i baby boomer stanno raggiungendo letà pensionabile si riduce drasticamente il numero di persone in età da lavoro (15-64 anni). Nel 2008 vi erano quattro persone in età lavorativa per ogni cittadino UE sopra i 65 anni. Entro il 2060 tale proporzione si ridurrà a due contro uno. Quanto è sostenibile il sistema pensionistico nel tempo?

          È vero, queste dinamiche stanno incidendo sul rapporto tra chi va in pensione e chi entra nel mercato del lavoro. Aumenta e aumenterà il primo gruppo, mentre è in calo il secondo. Ma ci sono dei fattori, cui spesso non si presta la dovuta attenzione, che permettono che il quadro resti al momento in equilibrio. È vero, ci sono più pensionati. Potenzialmente, però, ci sono anche più lavoratori perché il tasso di occupazione, nella fascia di popolazione europea in età da lavoro, tenderà a crescere.

           

          Perché?

          Già coloro che si avvicinano oggi alla pensione sono più istruiti e qualificati delle generazioni che li hanno preceduti: sono persone che possono lavorare più a lungo, perché aumenta l’aspettativa di vita e perché, grazie allo sviluppo tecnologico e alla formazione, i lavori sono meno usuranti di una volta. Dunque, mentre un tempo il tasso di occupazione nella fascia 50-65 anni era basso, oggi è alto e  lo sarà ancora di più in futuro. Quando i giovani di oggi arriveranno alla pensione avranno avuto, rispetto alla generazione degli attuali cinquantenni e sessantenni, una vita lavorativa ancora più piena e continua, oltre a una salute migliore. Insomma, sarà più facile tenere queste persone, a lungo e continuativamente, nel perimetro della forza lavoro.

           

          È uno scenario che vale per lintera Europa?

          Sì, ma in modo particolarmente accentuato per quella del Sud. Qui la differenza tra il tasso di istruzione dei trentenni di oggi e di quelli di ieri, ovvero gli attuali sessantenni, è più marcata che nel resto del continente. Possiamo fare l’esempio dell’Italia, dove tra i giovani il tasso tra i laureati è del 30-35%, mentre tra le persone alle soglie della pensione è del 10.

           

          Quindi lei è ottimista, a differenza di molti esperti che predicono un futuro nero?

          Non è questione di essere ottimisti. È solo che le stime e le proiezioni indicano che nei prossimi anni, fino al 2025, il sistema resterà in equilibrio. Dopo il 2025 i problemi arriveranno, però in maniera graduale.

           

          Per rendere le pensioni sostenibili lEuropa consiglia una serie di misure, tra le quali un aumento della natalità.

          La natalità è importante, eppure per misurare l’impatto di eventuali politiche per la crescita demografica servirà del tempo, molto tempo.

           

          Anche limmigrazione può giocare un ruolo chiave? E se sì, si può calcolare di quale afflusso di lavoratori stranieri avremo bisogno da qui al 2030?

          A mio parere l’arrivo nel continente di cittadini extracomunitari e il loro assorbimento nella forza lavoro non cambierà radicalmente lo scenario. Sia chiaro: se in un arco di dieci o quindici anni non avessimo immigrazione le conseguenze sarebbero negative. Ma in un’ottica di più lungo periodo dobbiamo considerare che anche gli immigrati dovranno percepire una pensione, e quindi la tesi per cui saranno loro a tenere in piedi il nostro sistema previdenziale non è plausibile. Oltretutto questi immigrati hanno un’aspettativa di vita più bassa della popolazione comunitaria. In sintesi, l’impatto dell’immigrazione sul sistema sociale è positivo, ma non così significativo.

           

          LEuropa consiglia anche un maggiore sviluppo della pensione complementare. È daccordo?

          È giusto che si tenti questa strada, ma non è assicurato che funzioni. Oggi nel mondo c’è sovrabbondanza di risparmio, il cui rendimento è molto basso. Si dovrebbero investire i risparmi fuori dell’Europa, all’estero, ma esiste una situazione analoga nel resto del mondo, per esempio in Cina e in Giappone. Con questo scenario il rendimento dei fondi per le pensioni integrative sarà basso.

           

          Ocse, Eurostat e Fondo Monetario hanno più volte ripetuto che la spesa per le pensioni pubbliche in Italia, rispetto al Pil, è circa il doppio della media dei Paesi dellUnione Europea. È davvero così e, se sì, come rimediare?

          L’Italia è un Paese particolare. La spesa sociale è alta, come viene rimarcato, ma è anche mal distribuita. Si dovrebbe togliere un po’ ai moltissimi pensionati che non stanno poi così male, dando qualcosa ai pochi che, al contrario, se la passano malissimo.