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          01 febbraio 2019 - 12:20

          La muraglia cinese contro il carbone

          La Cina riduce la propria dipendenza dal carbone

          La Cina ha intrapreso ormai da anni uno sforzo teso a ridurre la propria dipendenza dal carbone. Contrastare i gravi danni causati alle risorse idriche e all'atmosfera causati dall'eccessiva dipendenza dal carbone figura tra i principali obiettivi di sviluppo a medio termine delineati dal governo cinese del presidente Xi Jinping. Si spiega anche così il ruolo giocato dalla Cina nella promozione dell'accordo sul clima di Parigi, approvato lo scorso dicembre 2015, e al contempo la sua recente richiesta di rinegoziarne alcuni aspetti, rendendolo meno gravoso per le economie che hanno appena iniziato il loro percorso di sviluppo.

          Sul piano economico, il superamento della dipendenza dal carbone risponde a una tendenza globale ormai affermata: istituzioni ed enti finanziari come la Banca mondiale hanno annunciato il progressivo ritiro dai progetti legati al carbone. Soprattutto, tale tendenza coincide con il cambio di paradigma perseguito da Pechino sul piano dello sviluppo: dalla manifattura pesante e fortemente inquinante, al primato nei campi dell'alta tecnologia e dell'economia digitale, come previsto dal piano Made in China 2025 lanciato dal presidente Xi. Sul piano sociale, infine, la cura dell'ambiente e il contrasto alle emissioni inquinanti sono rese necessarie dal progressivo aumento degli standard di vita reali, inconciliabili con i danni arrecati all'ambiente urbano e rurale da decenni di rapidissima crescita economica. Stando ai dati ufficiali forniti da Pechino, la Cina ha doppiato già nel 2013 il picco dei propri consumi di carbone: da allora i consumi cinesi di quel combustibile sono calati al ritmo di alcuni punti percentuali ogni anno, con la sola eccezione del 2017: anno in cui, secondo le stime di osservatori come il Global Carbon Project, si sarebbe registrato un rimbalzo nei consumi di circa l'1 per cento Se anche fosse, i consumi cinesi sono calati lo scorso anno di circa 150 milioni di tonnellate rispetto al 2015, e di 420 milioni di tonnellate rispetto al 2013.

          Si tratta di un risultato significativo, conseguito attraverso una vasta serie di misure di carattere politico e regolatorio, finanziario e scientifico-tecnologico. Pechino ha inaugurato già all'inizio dello scorso anno un difficile processo di emancipazione dal carbone, specie quello destinato al riscaldamento degli edifici pubblici e privati. Tale processo, che ha subito una ulteriore accelerazione lo scorso inverno ha causato non pochi disagi, specie nelle regioni settentrionali del paese. Tale situazione di emergenza indotta è servita però al contempo a dare nuovo impulso al processo di integrazione delle grandi utility energetiche, intrapreso a partire dal 2015 per razionalizzare e consolidare il panorama delle aziende di Stato all'insegna di una maggiore profittabilità e competitività. Lo scorso anno il governo cinese ha supervisionato la fusione tra il principale produttore nazionale di carbone, Shenhua Group Corp Ltd, e China Guodian Group Corp, uno dei cinque maggiori produttori di energia cinesi; la combinazione delle due aziende ha dato vita alla più grande utility energetica al mondo.

          Per accelerare ulteriormente la riduzione delle emissioni nazionali di CO2, pari a circa il 30 per cento all'output mondiale, Pechino ha inaugurato lo scorso dicembre il mercato cap and trade più vasto al mondo: per il momento il nuovo sistema interessa esclusivamente l'industria energetica nazionale, che da sola include circa 1.700 stabilimenti e centrali, ma in futuro verrà gradualmente esteso ad altri settori e comparti economici. Si tratta di un meccanismo che presenta ancora diversi elementi di incertezza, ma che sin dal principio rappresenta un mercato di ben 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, quasi il doppio rispetto a quello europeo da 1,75 miliardi di tonnellate. Sullo stesso solco si inseriscono accordi e iniziative internazionali come quello sottoscritto lo scorso marzo dalla Banca asiatica d'investimento per le infrastrutture (Aiib) e da Beijing Gas Group Company per la realizzazione di un progetto teso ad ampliare la rete di distribuzione del gas naturale, e ridurre così l'inquinamento causato dall'utilizzo del carbone per il riscaldamento nelle aree rurali della Cina. Pechino, frattanto, porta avanti un lavoro di ricerca a lungo termine: lo scorso febbraio, ad esempio, le autorità cinesi hanno autorizzato l'avvio di uno studio di fattibilità per il progetto di un reattore nucleare basato sulla tecnologia Nhr200-II; la nuova tipologia di reattore verrà destinata alla produzione di energia termica per il riscaldamento invernale di abitazioni ed edifici pubblici, nel tentativo di ridurre drasticamente la dipendenza del paese dal carbone. Nel frattempo, Pechino aumenta l'adozione delle fonti rinnovabili: la capacità di generazione complessiva del comparto fotovoltaico cinese ha superato per la prima volta i 100 milioni di megawatt lo scorso novembre, attestandosi a 106,9 milioni di megawatt. Il dato, relativo ai primi 11 mesi del 2017 rappresenta un aumento annuo del 72 per cento.

           

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          Generali approva la strategia sul cambiamento climatico. Disinvestirà € 2 miliardi dal carbone.