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          27 giugno 2018 - 15:30

          Tutti i rischi del clima

          Gli effetti del global warming da qui al 2050: intervista con il prof. Filippo Giorgi dell’ICTP di Trieste

          “Efficienza energetica e investimenti sulle rinnovabili possono evitarci lo scenario peggiore per il clima. Un rischio che non è affatto scongiurato.”

          Protagonista del viaggio nel futuro del cambiamento climatico è Filippo Giorgi, scienziato di fama internazionale: capo del team sulla fisica della Terra all’International Centre for Theoretical Physics Abdus Salam di Trieste, tra il 2002 e il 2008 è stato membro del Bureau dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organizzazione internazionale che nel 2007 ottenne il premio Nobel per la pace, assieme all’ex vice-presidente statunitense Al Gore.

          Lo “scenario peggiore” ipotizzato dal professor Giorgi è che, da qui al 2050, la temperatura media della Terra, per via del riscaldamento globale prodotto alle emissioni di gas serra come anidride carbonica (CO2) e metano (CH4), possa aumentare di due gradi, entro il 2100 di quattro gradi.

          Professor Giorgi, si ritiene che se i recenti Accordi di Parigi sul clima non fossero attuati la temperatura media della Terra potrebbe salire di due gradi entro il 2050, con margine di incertezza di circa mezzo grado. È uno scenario realistico e quali conseguenze si produrrebbero?
          I fenomeni associati a questo riscaldamento sono diversi. Da un lato c’è l’ulteriore scioglimento dei ghiacci e della calotta artica, peraltro già in atto. Lo stesso vale per i ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, così come per i maggiori ghiacciai nei cinque continenti, anch’essi in recessione. Ed è questo uno dei maggiori problemi. I ghiacciai sono dei fondamentali serbatoi d’acqua per l’uomo. A una loro contrazione, corrisponde una riduzione di acqua dolce disponibile.

          Il secondo fenomeno è l’innalzamento del livello dei mari, che dipende proprio dallo scioglimento dei ghiacci continentali e, in misura minore, dall'espansione termica dell'acqua. I ghiacci artici non influiscono.  Se un iceberg si scioglie, il livello del mare resta lo stesso. È il principio di Archimede. Per capirci, se un cubetto di ghiaccio in un bicchier d’acqua si scioglie, il livello di quest’ultima resta uguale, mentre se lo facciamo sciogliere nel palmo della mano e poi rovesciamo l'acqua sciolta nel bicchiere, avremmo in quest’ultimo più acqua e quindi un livello più alto.

          Ciò detto, torniamo al 2050. Tenendo conto dello scenario più critico, avremmo un innalzamento medio dei mari di circa 30 centimetri, già saliti di 20 centimetri nell’ultimo secolo. In prospettiva possiamo immaginare conseguenze quali un maggiore rischio di alluvioni costiere, l’erosione delle coste e l’intrusione di acqua salina nel suolo (per esempio nel Delta del Nilo ciò sta già accadendo) che ne danneggia la fertilità. In Bangladesh, paese la cui superficie costiera si trova in buona parte sotto il livello del mare, i monsoni potranno determinare alluvioni ancora più devastanti. La popolazione costiera è sotto una chiara minaccia. Qui, come altrove. Dobbiamo del resto ricordare che un’ampia fetta degli abitanti della Terra sono stanziati sulle coste, e il loro numero è in aumento.

          C’è poi un terzo fenomeno: l’intensificazione del ciclo idrologico. Più l’aria diventerà calda, più vapore d'acqua conterrà. Quindi le piogge avranno portata più intensa. E questo è un fenomeno che già dagli anni ’70 è abbastanza evidente. Al tempo stesso, il riscaldamento farà piovere meno frequentemente, poiché più l’aria è calda, più tempo impiega per raggiungere il punto di saturazione, specialmente se il suolo è più secco. In altre parole, ci saranno periodi secchi più lunghi e periodi piovosi più intensi.

          Come assumerne consapevolezza del cambiamento climatico?
          Circa diciottomila anni fa ci fu il picco dell’ultima era glaciale. La temperatura media della Terra era di circa 4-6 gradi più bassa di quella attuale. In altre parole, tra un’era glaciale e una interglaciale, più calda, ci sono più o meno gli stessi gradi di differenza quanti quelli previsti da qui al 2100 nello scenario più estremo. Solo che il passaggio da un’era preglaciale a una glaciale è stato compiuto secondo natura, in migliaia di anni. Noi, nell’era industriale, raggiungeremo lo stesso scarto in termini di gradi in appena cento anni!

          Ora, se guardiamo al fatto che la società umana negli ultimi diecimila anni si è sviluppata perché il clima è stato molto stabile, è impossibile non pensare come una simile perturbazione, in appena cento anni, sia una cosa enorme, che potenzialmente può stravolgere clima, vegetazione, oceani, in modi che ora sono molto difficili da valutare, perché il sistema Terra non è lineare. In altre parole, se si avverasse lo scenario peggiore, i nostri nipoti e i loro figli vivrebbero in un ambiente molto diverso da quello attuale.

          Gli Accordi di Parigi possono evitare la catastrofe ambientale?
          L’intesa prevede di contenere il riscaldamento globale in modo che non superi i due gradi rispetto ai valori preindustriali, quindi circa un grado rispetto a quelli attuali (dato che la temperatura globale si è innalzata di circa un grado dall'inizio del ventesimo secolo). Per far questo, occorre che la quantità di CO2 presente nell’atmosfera, il cui aumento è il fattore principale che contribuisce al riscaldamento globale in corso, venga stabilizzata più o meno tra le 450 e le 500 parti per milione, non lontano dal valore attuale di circa 400 parti per milione (nell’Rcp 8,5 la quantità di CO2 potrebbe arrivare fino a 950 parti per milione entro il 2100). Ma per stabilizzare questi valori è necessario ridurre le emissioni di gas all’origine dell’effetto serra, come la CO2. Questo si può fare con una riduzione dell’uso di combustibili fossili, la causa principale delle emissioni di CO2 di origine antropica.

          In che modo seguirla?
          Il primo intervento è sull’efficienza energetica. Il secondo passaggio cruciale riguarda le rinnovabili. Devo dire che ci sono progressi notevoli in questo campo, al punto che io personalmente considero l’era del petrolio esaurita. Un grande impulso, va detto, viene da paesi emergenti quali Cina e India, che oggi sono fra i produttori principali di CO2. I loro governi hanno capito che l’inquinamento, soprattutto nelle grandi città, è diventato insostenibile. Quindi si sono lanciati sulle tecnologie rinnovabili. La Cina è all’avanguardia sul fotovoltaico e sulle auto elettriche, dove coltiva l’ambizione della leadership mondiale. In India hanno da poco lanciato una “missione solare”. Entro il 2030 il governo vuole installare in tutte le case indiane pannelli fotovoltaici.

          In che misura i cambiamenti climatici incidono sulleconomia? 
          Ogni settore ha caratteristiche diverse, ma in ognuno di essi è ormai impensabile non considerare il cambiamento climatico all’interno di strategie di lungo termine. Anche le assicurazioni lo fanno, con polizze che contemplano eventi catastrofici. Diversi governi, poi, stanno dispiegando politiche di adattamento. Un esempio sono le barriere costiere in Olanda, che vengono innalzate. Come gli argini del Tamigi, per citare un altro caso. Sono misure opportune, perché da qui alla sua stabilizzazione, se verrà stabilizzato, il global warming continuerà a produrre effetti negativi.