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          19 ottobre 2018 - 14:20

          Un database per la libertà di stampa

          Come si può difendere il diritto a una libera informazione, uno dei pilatri della democrazia moderna?

          Agli inizi di luglio l'Unione Federale dei Giornalisti del Pakistan (Pfuj – Pakistan Federal Union of Journalists), associazione fra reporter nata nel 1950 che rappresenta tutti i lavoratori dell’informazione del Paese, ha protestato con manifestazioni e sit-in per la censura strisciante che ha colpito soprattutto The Dawn, quotidiano progressista in lingua inglese della capitale. In particolare, il quotidiano non si trova in alcune edicole del Paese e così per le trasmissioni della sua rete Tv, che in alcune zone hanno il segnale oscurato.

           

          Spesso infatti la libertà di stampa può essere minata non per forza da misure draconiane ma magari semplicemente da sottili meccanismi, come quelli che colpiscono la distribuzione. Altra cosa è – e la cronaca purtroppo racconta molti di questi casi – quando i giornalisti sono colpiti fisicamente: il sito  dell’associazione internazionale Reporter senza frontiere pubblica quotidianamente un “barometro” della libertà di espressione: ai primi di luglio, mentre i giornalisti pachistani protestavano, il barometro di Rsf sosteneva che dall’inizio del 2018 erano stati uccisi 40 giornalisti, due loro collaboratori e 9 “giornalisti di strada”, questa nuova figura di reporter spesso improvvisati che documentano illegalità. Ma ci sono anche, dice il barometro, 162 giornalisti in carcere assieme a 19 collaboratori in compagnia di ben 131 street journalist, una cifra che dà anche l’idea di questo nuovo fenomeno di “giornalismo civile cittadino”.

           

          Le preoccupazioni e gli allarmi di associazioni come Rsf, Access Now, Freedom House o il Cpj – comitato per la protezione dei giornalisti – sono condivise, si tratti di radio, televisione, carta stampata o internet. E’ il caso del lavoro delle Think Piece Series, una serie di contributi che cercano di fornire prospettive sull’intersezione tra nuove tecnologie e varie dimensioni dei diritti (civili politici, economici, sociali e culturali) inclusa la libertà di espressione.

           

          In una di queste riflessioni si legge che, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, dal 1992 ne sono stati uccisi 1.887 e 58 sono dispersi. Dal 1993 l'Unesco ha condannato 2.049 casi di crimini contro i reporter: di questi, 76 hanno avuto luogo solo nel 2017 mentre altri 262 giornalisti sono stati imprigionati a livello globale. Con l'uso crescente di internet e dei social media per diffondere notizie e informazioni, attacchi e censure si sono spostate sempre più verso l’ambito digitale. Associazioni come Cpj, Rsf o Access Now che raccolgono dati globalmente, confermano il trend: nel 2016 Access Now ha registrato 55 casi in cui Internet è stato chiuso intenzionalmente per controllare il flusso di informazioni. Nel 2017, i casi son saliti a 62. Nello stesso periodo, il Cpj ha indicato che il numero di reporter uccisi (che lavoravano principalmente via Internet) è stato di 26, mentre l’Unesco ha riferito che sono cresciute anche le molestie online contro giornalisti donne. Anche i “blogger”, una nuova forma di giornalismo digitale, corrono rischi in molti Paesi.

           

          Mariateresa Garrido Villareal, un avvocato venezuelano, sta lavorando sull'esercizio del diritto alla libertà di espressione nell'era digitale, con particolare attenzione alla protezione dei giornalisti. Sostiene, nel suo articolo Technology and Freedom of Expression: Opportunities and Threats through the Journalist’s Lens, che sono necessari nuovi strumenti: “Oggi – scrive Garrido – c'è una grave mancanza di sistemi accurati per conservare la raccolta dei dati. Le organizzazioni che si occupano della protezione dei giornalisti tendono ad avere i propri sistemi e classificazioni, che di solito differiscono da quelli sviluppati dalle autorità nazionali. Queste differenze influenzano i numeri e, di conseguenza, le politiche”. Non basta in sostanza che ognuno lavori per proprio conto.

           

          “Questa situazione – aggiunge la ricercatrice – si ripete ovunque. I dati sono conservati in diversi database e per scopi diversi. Le persone non sempre hanno accesso a questi record e, se lo hanno, non possono fidarsi della loro accuratezza. Al momento, non possiamo misurare l'indicatore, confrontare i progressi o persino identificare politiche efficaci a causa della mancanza di dati affidabili e standardizzati. Abbiamo bisogno di migliorare i sistemi di raccolta dei dati perché senza uno strumento standardizzato, stiamo camminando lungo un percorso tortuoso con gli occhi chiusi. Per risolvere questo problema, ciò che è necessario ora è sviluppare un sistema completo, liberamente e pubblicamente accessibile. Un sistema basato su Internet – conclude Garrido – potrebbe fornire la piattaforma per farlo e tecnologie emergenti, come la blockchain basata su reti peer-to-peer, potrebbero fornire i mezzi per garantire che questi report siano sicuri, trasparenti e accurati”.

          Con tutto ciò non si potrà garantire ovunque e sempre la libertà di informazione ma si potranno creare basi migliori per proteggere chi ne ha fatto il suo mestiere.