Generali Group

                                 

          Azioni e azionisti. La geografia del capitale sociale

          La Trieste che favorì l'insediamento di Generali nel 1831 aveva in sé i semi della novità. Città moderna in termini urbanistici, economici e sociali, era il prodotto della strategia economica di un Impero che voleva disporre di un porto unico per il commercio da e per l’oltremare. I privilegi legati allo statuto di porto franco concesso da Carlo VI nel 1719 e soprattutto l’editto di tolleranza del 1781, che concedeva libertà di culto alle comunità religiose degli immigrati, avevano richiamato nel capoluogo giuliano commercianti, capitali e manodopera dal nord Europa, dagli altri territori dell’Impero e dal Levante.

          Come la città, l’anima della Compagnia era cosmopolita: a sottoscriverne l’atto di fondazione a Trieste furono imprenditori di lingua, etnia e religione diversa. Il nord Italia, il Veneto in particolare, era ben rappresentato, così come i territori appartenenti all’area di influenza austriaca: gli azionisti triestini, espressione di interessi economici e finanziari legati al centro-Europa, erano la maggioranza. 

          Azioni e azionisti. La geografia del capitale sociale


          Azione n. 1 delle Assicurazioni Generali Austro-Italiche (Trieste, 30 giugno 1832)
          Archivio Storico Assicurazioni Generali
          ph. Massimo Gardone

           

          Nata da un’associazione di case commerciali e bancarie, fin dalle origini Generali intendeva rivolgersi a quei mercati che erano nel raggio degli interessi dei suoi stessi sottoscrittori, uomini d’affari di grande esperienza e portatori di specifiche conoscenze. Una simile base, così predisposta all’apertura, richiedeva una struttura societaria moderna in grado di valorizzarla. 

          In quel tempo, soprattutto nella penisola italiana, l’apparato decisionale e organizzativo delle società era di tipo verticale. Si usava maggiormente la società in accomandita, che stabiliva una gerarchia tra i soci. Giuseppe Lazzaro Morpurgo per Generali optò per un modello diverso: un’impresa dalle basi societarie estese, adottando la tipologia della società per azioni. 

          Ciò che sembra comune ai giorni nostri, all’epoca era relativamente nuovo. La società per azioni, infatti, era stata riconosciuta dal Codice civile dell’Impero asburgico solo nel 1816. La novità era stata recepita in campo assicurativo dapprima a Vienna, con la fondazione nel 1824, come società anonima, della Erste Österreichische Brandversicherungs-Gesellschaft, e nel 1825 in Lombardia dalla Compagnia di Milano. Specialmente nello Stivale, almeno fino alla metà dell’Ottocento, gli esempi si contavano sulle dita di una mano. Per Generali, invece, era la scelta ideale, non solo perché si accordava ai principi fondanti della compagnia, ma perché avrebbe consentito di trarre il meglio dalla risorsa rappresentata dagli azionisti stessi.

          Gli elenchi, i registri azionari e delle volture permettono di ricostruire la composizione e la geografia dell’azionariato. I primi azionisti di Generali erano personaggi operosi: assicuratori, titolari di case di commercio o membri di famiglie di tradizione mercantesca. Oltre a Trieste, le città più presenti negli elenchi erano Venezia, Padova, Verona e Ferrara, Vienna e Lubiana. Facevano seguito Milano, Genova, Piacenza, Firenze, Napoli, Reggio, Catania e Messina; Kronberg, Graz, Bolzano, Gorizia, Pordenone, Fiume, Karlovac, Szeged, Pest e Praga, centri corrispondenti grosso modo alle prime sedi agenziali. Tra gli eletti alle più rilevanti cariche sociali, si trovavano personalità di spicco a livello europeo (come Ritter de Záhony, Giovanni Battista de Rosmini, Pasquale Revoltella e lo stesso Morpurgo) in contatto con i più potenti circuiti bancari e finanziari dell’epoca.

          L’ampio capitale sociale di 2 milioni di fiorini austriaci (circa il 2,5% della bilancia commerciale dell’Impero asburgico, costituito da 2.000 azioni da 1.000 fiorini ciascuna) superiore di 10 volte alla dotazione finanziaria media delle compagnie sulla piazza dell’epoca e l’adozione della forma giuridica della società per azioni portarono enormi vantaggi, non solo perché permisero ai soci più esperti di intervenire in modo diretto nell’amministrazione della società, traendo il massimo dalla sua vocazione internazionale, ma anche permisero alla Società di affrontare le turbolenze del settore con un’adeguata capitalizzazione e, al contempo, servire da trait-d’union tra gli assicurati e gli investitori locali, che ben vedevano nella partecipazione agli utili una forma abbastanza sicura di investimento degli introiti delle loro imprese commerciali.

          Le azioni, per il loro valore nominale di 1.000 fiorini ciascuna (corrispondenti a € 22.000 di oggi circa) rappresentavano un investimento piuttosto importante. Soprattutto, la moderna forma di società per azioni consentiva agli investitori di partecipare alla vita della compagnia esprimendo il proprio voto in assemblea in proporzione alla propria quota di capitale. Spettava un voto a chi possedeva da una a cinque azioni (ai soci fondatori bastava averne anche una sola), due voti se le azioni erano da sei a dieci, tre voti se erano undici o più. Un azionista non poteva rappresentare più di quindici voti compresi i propri.

          Le azioni dei soci fondatori furono identificate con i numeri dall’1 al 1.000 e dovevano recare la firma di tutti i vertici della società. Inoltre, i privilegi accordati ai soci fondatori erano inerenti alle azioni e quindi trasmissibili a qualunque successivo acquirente. L’azione n. 1 fu intestata ad Andrea Francesco Altesti, consigliere di amministrazione di Generali nel 1832-1833 e abile commerciante, per lunghi anni al servizio della diplomazia russa ai tempi di Caterina la Grande e Alessandro I. Sul retro dell’azione, conservata dall’Archivio Storico di Generali, è registrata la voltura a Pasquale Revoltella, promotore del canale di Suez e figura di spicco per Trieste e Generali.

          La modernità del progetto, cioè un’impresa dalle basi societarie estese e un ingente capitale sociale, non tardò a dare esiti positivi. Nel primo anno di attività Generali diede un utile netto di oltre 17.000 fiorini. 
          Nell’aprile 1832 si raggiunsero le 1.239 azioni (nell’assemblea costitutiva di Generali erano rappresentate 544 azioni) e aumentavano giornalmente.

          A pochi anni dalla fondazione il capitale sociale passò da 2 milioni a 4 milioni di fiorini austriaci (ripartito in 4 mila azioni) nel 1856, per passare a 5.250 milioni di fiorini austriaci nel 1880 (ripartito in 5 mila azioni da 1.050 fiorini di valore nominale), superando i 6 milioni agli inizi del Novecento.

          Due sono gli aspetti innovativi nella fondazione di Generali: il modello giuridico societario (la società anonima per azioni, che rende più agevole reperire il vasto capitale necessario per un’attività di così ampio raggio e che implica il frazionamento del capitale tra un largo numero di azionisti, non soggetti alla maggioranza di un solo gruppo) e il modello imprenditoriale (le assicurazioni “a tutto rischio”, estese a rami multipli, non solo ai trasporti marittimi e terrestri come uso dell’epoca, compresa l’assicurazione vita. Da qui la scelta della dominazione sociale di Assicurazioni Generali Austro-Italiche).