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La lotta al Coronavirus in Nuova Zelanda: un sistema di protezione e modelli previsionali

La Nuova Zelanda è uno dei Paesi che hanno contenuto meglio di altri la diffusione del Covid-19

La pandemia di Covid-19 sta rappresentando una grande sfida per tutti i paesi del mondo e ha messo a dura prova i sistemi sanitari e organizzativi anche delle economie più sviluppate, sia in Occidente che in Asia. Pur mantenendo alcuni degli standard indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), le misure di contenimento della pandemia variano radicalmente da paese a paese, al pari delle iniziative di prevenzione per evitare o mitigare gli effetti di nuove ondate pandemiche. Tra gli Stati che meglio hanno risposto alla pandemia di Coronavirus figurano Vietnam, Taiwan, Islanda, Nuova Zelanda e Singapore, che hanno avviato piani di emergenza in modo rapido e azioni di contenimento e tracciamento dei contagi efficaci, anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie.

Spostandosi in Oceania, un altro caso considerato esemplare dagli esperti è quello della Nuova Zelanda. Qui lo scorso 28 gennaio, mentre in Asia il virus si diffondeva dalla Cina agli Stati limitrofi, il ministero della Salute ha istituito il Centro nazionale di coordinamento sanitario (NHCC) per rispondere all'epidemia. Un decreto sulle malattie infettive e soggette a notifica è stato emesso con effetto dal 30 gennaio, richiedendo agli operatori sanitari di segnalare qualsiasi caso sospetto ai sensi dell'Health Act 1956, primo passo per creare un sistema di protezione adeguato ad affrontare la diffusione del virus. Il Paese ha imposto inoltre restrizioni ai viaggi da e verso altri Paesi a partire da febbraio. Il passo successivo è avvenuto il 23 marzo con l’avvio di una campagna di comunicazione e di una strategia di contrasto al virus incentrata sulla creazione di modelli previsionali per tenere conto di molti più fattori rispetto ai dati di base, compresa la saturazione degli ospedali e l’efficacia dell’impiego di dispositivi di protezione individuale. La Nuova Zelanda è stata indicata come uno dei modelli di approccio alla prima ondata di Covid-19, con le autorità che sono passate direttamente alla strategia di “eliminazione” del virus quando i contagi erano ancora poco al di sopra dei 100 casi. Il governo ha infatti annunciato il blocco totale delle attività il 26 marzo, con livello di allerta 3 e riducendo nei mesi successivi le restrizioni fino all’8 giugno, quando il Paese è ritornato in stato di allerta 1 con la graduale riapertura delle attività. Tale approccio aggressivo unito ad una organizzazione particolarmente efficace ha permesso al Paese di registrare una bassa incidenza del virus anche a partire da settembre con l’inizio in Europa e Stati Uniti della seconda ondata della pandemia, con 44 casi registrati tra il 10 e il 23 novembre a fronte di un totale di poco più di 2.000 contagi, con una bassissima letalità: 25 vittime al 24 novembre di fatto tutti concentrati nella prima metà del 2020. 
 

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