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          28 novembre 2018 - 16:20

          Un’alternativa flessibile e non burocratica

          Il rapporto tra istituzioni, privati e società civile in ambito umanitario

          In origine c’erano i testimonial, ambasciatori di buona volontà (goodwill ambassador) disposti a prestare la loro immagine gratuitamente per un fine nobile, una missione diplomatica o, nella maggior parte dei casi, una raccolta fondi per questa o quella organizzazione. La beneficenza invece è sempre esistita e così i benefattori, prima ancora che la pubblicità inventasse il ruolo del testimonial e degli sponsor per promuovere un brand e suggerisse alle organizzazioni umanitarie di fare lo stesso. Ma in tempi recenti le cose sono cambiate. Al testimonial, ambasciatore di speranze e promotore di fiducia e impegno sociale, si è affiancato il benefattore, non più anonimo mecenate di nobili cause. E il dibattito sul ruolo dei privati all’interno del mondo umanitario ha creato una nuova cornice che ha fatto fare un salto di qualità a benefattori e umanitari anche perché, la crisi degli ultimi anni, ha rallentato l’erogazione di fondi pubblici. Obbligando gli umanitari a cercare altre strade. D’altro canto, l’inventore dell’azione umanitaria per eccellenza – lo svizzero Henry Dunant – era un privato: imprenditore e filantropo, ricevette il primo Nobel per la pace della storia. Era il 1901 e a  Dunant, che aveva fondato la Croce rossa dopo aver toccato con mano gli orrori sul campo di battaglia a Solferino, venne riconosciuto non solo il premio creato da Alfred Nobel, ma la primogenitura dei principi fondamentali che guidano l’azione umanitaria: indipendenza, neutralità, imparzialità.

           

          Dopo un secolo molte altre cose sono cambiate ma gli attori sono sempre gli stessi: organismi o associazioni locali, nazionali e internazionali, Stati e privati.

           

          Per quanto riguarda la  spesa dei governi in termini globali, il 97% dell'assistenza umanitaria è finanziato da venti Paesi e gli Stati Uniti da soli contribuiscono per il 31%. Ma se questo dato (2016) si mette in  rapporto al reddito nazionale lordo, gli Usa finiscono al diciottesimo posto mentre salgono, ad esempio, alcuni Paesi arabi. Secondo l’Onu, nonostante un aumento complessivo dei fondi che ogni anno sostengono l’aiuto umanitario – di cui le agenzie delle Nazioni unite sono il primo beneficiario -  il gap tra le esigenze dell’azione umanitaria e le risorse disponibili cresce e il 40% dei bisogni umanitari resta senza risposta. A una crescita dell’aiuto istituzionale che appare comunque sempre più  rallentata, fa da contrappeso un aumento dell’intervento dei privati che, in termini di denaro, su un totale di 27,2 miliardi di dollari ha contribuito per 6,9. Quasi un quarto.

           

          L’esercito dei donatori privati è molto variegato. C’è chi dona 1 euro da un magro stipendio e chi mette sul piatto un miliardo dal bilancio di una fiorente attività imprenditoriale.  Nella top20 delle persone più generose al mondo, stilata da Business Insider, ci sono molti americani – Bill Gates, Warren Buffet, il giovanissimo Mark Zuckerberg o Ted Turner per citarne alcuni – o naturalizzati americani (l’ungherese George Soros, il franco iraniano  Pierre Omidyar) che hanno fatto proprio il motto del re dei filantropi, lo scozzese americano Andrew Carnegie (morto nel 1919): “Nessuno può arricchirsi senza arricchire gli altri”("No man can become rich without himself enriching others"). Ma ci sono anche indiani come Azim Premji, il saudita Sulaiman bin Abdul Aziz Al Rajhi, il messicano Carlos Slim Helú o il cinese Li Ka-shing. Il problema però non è solo la generosità ma come questa si incanala. Qualità, scelte e indirizzo, non solo quantità. Beneficenza pura a pioggia? Aiutare i poveri o aiutare lo sviluppo per evitare che i poveri aumentino?

           

          Sul tema del rapporto tra filantropia e aiuto umanitario un lavoro dei due ricercatori Jens Martens e Karolin Seitz  (Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?) racconta delle difficoltà di un approccio che è ancora in fase di costruzione. “Negli ultimi decenni – scrivono  Martens e Seitz - globalizzazione, deregulation e privatizzazioni hanno facilitato e aumentato il potere di attori privati, in particolare delle grandi multinazionali... aziende con attività in decine di Paesi e fatturati miliardari hanno acquisito sia grande influenza sul sistema economico globale sia significativo peso politico». La loro influenza, dice il rapporto, è cresciuta anche sui temi del dibattito politico internazionale, dall'eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici, la tutela dei diritti umani. Quando i governi sembrano incapaci di risolvere le sfide globali, questi attori emergenti si presentano come alternativa operativa: come modello che, teoricamente, dovrebbe essere più flessibile, efficiente e non burocratico.

           

          La costruzione di un rapporto di fiducia tra istituzioni, privati e società civile è un cammino che, nonostante le grandi cifre, ha ancora molta strada da fare da quando gente come Henry Dunant o Andrew Carnegie iniziarono ad aprire il loro portafogli agli inizi del Novecento.

           

          The Human Safety Net è la principale iniziativa promossa da Generali a favore delle comunità in cui opera. The Human Safety Net amplia la missione del Gruppo di protezione e miglioramento della vita delle persone al di là della quotidiana attività di business, per supportare i più vulnerabili della nostra società. I programmi di The Human Safety Net rispondono a tre diverse sfide, ma condividono un unico obiettivo: sbloccare il potenziale delle persone svantaggiate in modo che possano trasformare le loro vite, quelle delle loro famiglie e delle comunità in cui vivono.

           

          Per saperne di più visita la sezione The Human Safety Net.