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          28 dicembre 2017 - 17:20

          L’ascensore sociale si è rotto?

          Quali sono i fattori che favoriscono la mobilità sociale e quali gli ostacoli

          LAmerican Dream era sinonimo della possibilità di un riscatto sociale. Ma dopo la crisi del 2008 c’è chi ha scritto che la mobilità sociale si è fermata. È davvero così? NellEuropa del modello danese com’è la situazione? E cosa possono fare scuola e università?

           

           

          “Una marea in aumento solleva tutta la barca”. Attribuita a John Fitzgerald Kennedy, la massima intende dire che se l’economia tira, tutti quanti alla fine possono raccoglierne i frutti. Per lungo tempo è stato così. Nel dopoguerra gli Stati Uniti hanno vissuto decenni di ininterrotta prosperità, e tra una generazione e la successiva si è quasi sempre registrato uno scatto in avanti a livello di condizione sociale e di reddito. L’American Dream è stato a lungo sinonimo della possibilità di un riscatto sociale concessa a tutti.

           

          Poi è arrivata la grande crisi del 2008-2009 a seguito della quale molti hanno scritto che lascensore sociale americano si è rotto.  Ma è davvero così? E se sì è un problema solo degli Stati Uniti o di tutto l’Occidente?

           

          La quota di ricchezza nelle mani dell’1% della popolazione americana, una élite di super ricchi, è passata dal 10% del 1980 al 22% del 2012, segnalava l’Economist qualche anno fa, spiegando che proprio questo rappresenta il più grande ostacolo alla mobilità sociale. Ma il settimanale londinese ricordava anche che se da un lato negli Usa esistono città come Charlotte (Carolina del Nord) dove le possibilità che un bambino povero elevi la sua posizione sociale sono del 4,4%, cioè inferiori alla media occidentale, ce ne sono altre come San José, in California, dove questa percentuale sale al 12,9%. Si lambiscono i livelli della Danimarca, il Paese indicato come quello dove la mobilità sociale è più forte.

           

          Ma attenzione: anche il modello danese ha i suoi problemi. In un’interessante analisi, intitolata The Scandinavian Fantasy e diffusa un paio di anni fa dal National Bureau of Economic Research, prestigioso think tank statunitense, emergeva che soltanto le alte tasse sui redditi più alti e i cospicui trasferimenti verso le fasce meno abbienti della popolazione contribuiscono a rendere la mobilità sociale danese migliore di quella americana.

           

          La mobilità sociale resta una delle qualità del modello occidentale. Richiede però manutenzione. Tra i tanti terreni su cui impegnarsi, la scuola sembra quello più centrale. Lo studio rimane l’arma più efficace per superare gli ostacoli socio-economici di partenza, garantire le pari opportunità e assicurare un futuro migliore. E ovviamente più l’istruzione è di qualità, più il funzionamento dell’ascensore sociale può essere salvaguardato e migliorato.

           

          C’è ancora molta strada da fare, in Europa più che in America, come indicano chiaramente i risultati del Programme for International Student Assessment (PISA), sondaggio internazionale promosso dall’OCSE ogni tre anni per testare la qualità dei sistemi scolastici e che incrocia tre fattori: matematica, scienza e lettura. Commentando l’ultima edizione disponibile (2015) sul sito della Brookings Institution, due economisti della Banca Mondiale, Christian Bodewig and Lucas Gortazar, hanno evidenziato che in Francia, Portogallo, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Slovacchia tra i ragazzi più poveri e più ricchi c’è un vero e proprio gap a livello di conoscenze e competenze e l’ascensore è quasi fermo.

           

          I due economisti suggeriscono di cambiare alcune pratiche consolidate. Nell’Europa meridionale, per esempio, a scuola occorre bocciare di meno: le bocciature sono dannose, in quanto costituiscono un incentivo ad abbandonare la scuola. Nell’Europa centrale, invece, uno dei principali problemi è la selezione precoce dei percorsi scolastici: i ragazzi vengono avviati anzitempo a intraprendere studi professionali o liceali, e questo indirizza troppo schematicamente il loro futuro.

           

          Un altro passo necessario, per Bodewig e Gortazar, è ripensare il ruolo dellinsegnante: troppo spesso è esecutore di direttive e programmi pensati solo a livello centrale, deve invece diventare sempre di più “un imprenditore delle capacità dei ragazzi, adattare il proprio stile di insegnamento al singolo studente, lavorare con le famiglie e la comunità per far sì che ogni ragazzo possa raggiungere il massimo”.

           

          Secondo Eurostat in Europa ci sono 8,2 milioni di bambini sotto i 6 anni a rischio povertà: il 70 per cento di loro rischia di rimanere povero fino alla fine della loro vita. È proprio a quelle persone e in quella fascia di età, il periodo più formativo della vita, che si deve intervenire. Con questo obiettivo il Gruppo Generali ha lanciato il progetto The Human Safety Net (THSN), acceleratore di opportunità per persone svantaggiate attraverso programmi di protezione, training e mentoring per trasformare in meglio la loro vita, quella delle loro famiglie e delle comunità in cui vivono. In particolare, l’area d’intervento “Parent ability” dedicata ai genitori si ispira all’obiettivo numero 10 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile(SDGs) dell’Agenda 2030 dell’ONU, quello sulla riduzione della diseguaglianza.

           

          In ogni caso, per quanto la scuola possa fare la differenza, per ridare slancio all’ascensore sociale occidentale potrebbe essere utile anche un intervento nel riequilibrio dei redditi, proprio perché - come detto - la forbice tra chi ha tanto e chi ha meno si è allargata. Una ricetta di cui si discute da un po’ nei principali paesi occidentali. A questo proposito all’inizio del 2016 l’ex presidente americano Barack Obama propose di introdurre una wage insurance di 10mila dollari l’anno per due anni, un paracadute sociale per chi aveva perso il posto di lavoro a integrazione del sussidio di disoccupazione.

           

          Di redistribuzione si parla anche nel Regno Unito, dove soltanto chi ha redditi molto alti può permettersi di iscrivere i propri figli a scuole e università private, dalle quali spesso escono le élite professionali. Lo confermano i numeri forniti dalla Social and Development Agency, organo finanziato dal governo, oggi assorbito nel Learning and Skills Improvement Service, secondo la quale solo il 7% degli studenti britannici frequenta college privati, ma da questi provengono la metà dei medici e i due terzi dei magistrati.

           

          In attesa di ridare smalto alla mobilità sociale, qui in Occidente, ci si può consolare fissando lo sguardo sull’intero pianeta. Dal 2000 circa in poi, le disuguaglianze su scala mondiale sono diminuite. La globalizzazione ha accelerato l’ascensore sociale anche dove prima non esisteva. In India la mobilità sociale ha quasi raggiunto i livelli americani, riportava nel 2015 Newsweek, contribuendo al processo di urbanizzazione del Paese. Mentre in Brasile i primi dieci anni del nuovo secolo hanno registrato un aumento di reddito più significativo negli strati più poveri della popolazione che tra i più ricchi. La chiave del successo è stato l’accesso all’istruzione, che si molto allargato: recenti tagli a scuole e università, però, rischiano di compromettere parte di questi risultati.