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          La storia di Andrea Francesco Altesti

          La storia di Andrea Francesco Altesti

          Questa è la storia di un uomo multiforme, carismatico e sfuggente.
          Una figura misteriosa e affascinante, cittadino del mondo prima che i confini del mondo fossero quelli odierni. Un uomo che ha ricoperto cariche di prestigio e cariche segrete, che parlava da pari con imperatori e capi di stato e forse anche per questo venne esiliato in luoghi desolati, prima di essere riabilitato e sparire nel nulla, senza lasciare traccia di sé
          .”

          Queste sono le note di regia di uno spettacolo teatrale che avrebbe voluto raccontare la storia del primo azionista Generali della storia: Andrea Francesco Altesti.
          Gelosamente conservata nella sede dell’Archivio Storico Generali di Trieste, l’azione rilasciata il 30 giugno del 1832 sanciva l’inizio dell’azionariato diffuso della compagnia, un cambio di passo innovativo per Trieste e le sue aziende più solide e di conseguenza, come è sempre accaduto, per tutto il “Sistema Trieste
           L’azione è un foglio di carta della dimensione di un foglio A4 che riporta la scritta: “Viglietto di Azione delle Assicurazioni Generali Austro-Italiche di fiorini mille (…) che viene ceduta al signore A.F. Cavalier d’Altesti

          “All’epoca Altesti è un uomo di 66 anni, consigliere di amministrazione della compagnia, nato da famiglia di “cittadini”, classe intermedia tra plebe e patrizi, a Ragusa di Dalmazia, la croata Dubrovnik, commerciante, diplomatico, politico, uomo dei servizi segreti.
          Per questo motivo all’apertura del sipario il pubblico in sala vedrà sulla destra una bandiera raffigurante l’aquila bicipite, stemma dell’Impero asburgico e di Generali, un’antica scrivania a simboleggiare l’attività diplomatica del protagonista, un baule da viaggio ad indicare la sua natura di viaggiatore e proiettata sul fondale la prima azione Generali a lui intestata.
          Dopo pochi secondi dall’apertura del sipario un uomo compare sul palco e raggiunge il centro della scena. È illuminato dal collo in giù. Del suo viso si intravedono i bianchi mustacchi e i capelli argentei. Si accende un sigaro con un accendino e inizia a parlare:
           

          Quando ho controfirmato quella azione (indica la proiezione alle sue spalle) ero all’apice della mia carriera. Consigliere di amministrazione di un’azienda importante e blasonata che aveva appena aperto le sue porte alla partecipazione equa dei soci, una formula giuridica totalmente nuova per l’epoca: la Società per Azioni.
          Era una grande avventura e io ero felice che la prima pietra avesse scritto il mio nome. Una pietra che avrebbe costruito una cattedrale. 
          Avevo l’onore di lavorare insieme a compagni di altissimo profilo come Giuseppe Lazzaro Morpurgo, assicuratore di lungo corso, Giambattista de Rosmini, il più quotato avvocato di Trieste o Marco Parente, finanziere di grande carisma, persone dalle variegate competenze,  ed estrazioni sociali e di confessione: cattolici veneziani, ebrei triestini, tedeschi luterani.

          Poi la mia vita ha preso vie altre e remote.
          Ho sempre viaggiato molto, sin da quando insieme a mio padre dalla Dalmazia ci trasferiamo a Costantinopoli, dove faccio la conoscenza dell’ambasciatore russo e grazie a lui muovo verso San Pietroburgo dove ho l’onore di intrecciare legami molto stretti con Caterina II, che forse voi ricorderete come Caterina la Grande, peccato che alla sua morte il suo successore non apprezzi il mio impegno come Segretario di Stato Intimo e di Gabinetto e mi costringe all’esilio in Ucraina accusandomi di furto di documenti di stato.
          Potrei raccontarvi nel dettaglio quegli anni, ma non siamo qui per questo. 
          Fortunatamente lo zar Alessandro I capisce le mie ragioni, e io posso lasciare quel posto di gelo e buio per tornare a viaggiare soprattutto verso la Francia in virtù della mia antica amicizia con Giuseppe La Brosse, dei servizi segreti di Napoleone Bonaparte.

          Ma nemmeno di questo parleremo questa sera.
          Quello che voglio raccontarvi è come, dopo aver lasciato la Francia ed essermi stabilito a San Giorgio di Nogaro, la mia vita mi abbia portato per l’ennesima volta altrove, fino a obbligarmi a sparire del tutto, senza lasciare traccia.
          Benvenuti.

          Lo spettacolo non è mai andato in scena perché l’attore che avrebbe dovuto interpretare la parte di Andrea Francesca Altesti è scomparso in circostanze misteriose. 

          Quella prima azione intestata a Altesti è stata volturata a favore di Pasquale Revoltella e porta ancora oggi il doppio nome.
           

          LA STORIA

          Fin dai suoi esordi Generali dimostra una particolare sensibilità alla "partecipazione" intesa come meccanismo decisionale e organizzativo. Dal punto di vista finanziario questo si esplica nella sua base di capitale iniziale: le prime 2000 azioni di Generali sono equamente partecipate. Data la felice congiuntura storica-economica, per Giuseppe Lazzaro Morpurgo era giunto il momento del salto di qualità: la fondazione di un’impresa dalle basi societarie estese.
          Le azioni, per il loro valore nominale di 1.000 fiorini ciascuna (corrispondenti agli attuali € 22.000 circa) rappresentavano ai tempi un investimento piuttosto importante. Le azioni dei soci fondatori vennero identificate con i numeri dall’1 al 1.000 e dovevano recare la firma di tutti i direttori della società come da Regolamento organico. Esso prevedeva, inoltre, che i privilegi accordati da statuto ai soci fondatori fossero inerenti alle azioni e quindi trasmissibili a qualunque successivo acquirente. L’azione n. 1 (conservata presso l’Archivio Storico di Generali) è intestata ad Andrea Francesco Altesti, consigliere di amministrazione di Generali nel 1832-1833 e abile commerciante, per lunghi anni al servizio della diplomazia russa ai tempi di Caterina la Grande e Alessandro I. Sul retro dell’azione è registrata la voltura a Pasquale Revoltella.
          Nel 1870 Generali si confermò come la prima compagnia in Italia e anche il numero degli investitori italiani aumentò: i quattro quinti del capitale erano in mani italiane.