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          La leggenda del leone di San Marco e l’aquila che vola via

          La leggenda del leone di San Marco e l’aquila che vola via

          La leggenda narra che in una sera di festa in una villa veneta a Predazzo di Asolo che appartiene al senatore Giovanni Falier, nelle cucine c’è un’emergenza, ad un inserviente è caduta la scultura in vetro di Murano che è usanza appoggiare come ornamento in cima alla torta. La governante ha un’intuizione, manda a chiamare un ragazzetto di dieci anni, nipote di uno scalpellino. Di cui si dicono già grandi cose. Il ragazzino appena giunto in cucina si fa dare un panetto di burro, e lo modella a forma di uno splendido leone che apposto sul dolce avrà in sala un tale successo da spingere il padrone di casa, impressionato da quella abilità, a prendersi cura della sua istruzione e formazione. Quel ragazzino si chiamava Antonio Canova e quel leone gli avrebbe portato molta fortuna.

          Il leone nella simbologia animale è legato al sole ed è sinonimo di regalità e sapienza, ma quando vediamo un leone alato che tiene una zampa su un libro aperto immediatamente pensiamo a due cose: Venezia e Generali.
          Non è sempre stato così, Generali fino a metà del XIX secolo aveva un’aquila bicipite come propria effige, effige accordata in privilegio con sovrana risoluzione del 25 gennaio 1833, ma qualcosa cambia dopo i moti risorgimentali del 1848, quando la compagnia elimina dalla ragione sociale l’aggettivo “Austro-Italiche”, e la Direzione veneta adotta il leone come segno di riconoscimento nei territori in cui opera.
          “Pax tibi Marce, evangelista meus” – “Pace a te Marco, mio evangelista” Parole che, secondo una leggenda, un angelo apparso in sogno a San Marco, sbarcato in un’isola della laguna veneta, avrebbe pronunciato, quasi a significare che tra la popolazione veneta il santo avrebbe trovato riposo, venerazione e onore. Sono scritte sul libro tenuto aperto dalla zampa del leone alato, simbolo dell’evangelista, nello stemma della Repubblica di Venezia e costituiscono il motto della città.
          È dal 1260 che San Marco rappresentato con il suo simbolo, il leone alato, diventa simbolo della città scelto proprio dalla Repubblica della Serenissima.
          Il leone assume in questo modo un significato politico e religioso: in grado di esprimere potenza e maestosità, ma anche simbolo della forza della parola del Santo, elevazione spirituale grazie alle ali, sapienza grazie al libro sotto alla zampa e giustizia per via della presenza della spada.

          Passare dall’aquila al leone significa per la compagnia aprire i propri orizzonti, ma soprattutto varcare quei confini che separavano l’Italia dalll’Austria.

          Marco è un nome che ritorna in questo racconto e nella vita di Generali, perché un altro Marco entra in gioco nella scrittura della storia della società. Nato a Trieste nel 1843 da una famiglia ebraica di commercianti, le sue capacità organizzative lo portano ad una rapida carriera nella compagnia, dalla direzione di varie sedi fino alla presidenza nel 1909. Si tratta di Marco Besso.

          Assunto come ispettore generale e procuratore, lavorando a Milano, Palermo, Bologna e Firenze, e poi all’estero, prima di ricoprire ruoli dirigenziali Besso divenne segretario generale a Trieste nel 1877. Nella sua autobiografia a proposito del suo sentirsi italiano scrive così: 
          “I miei sentimenti però erano noti, perché, come naturale, difendevo la nazionalità italiana, sempre sul terreno legale, tanto che, specie negli ultimi anni, quando avevo motivo di recarmi a Vienna, per le cose nostre o della Compagnia Infortuni, il Ministero dell’Interno, dal quale, per ragioni politiche, dipendevano tutte indistintamente le Società, il capo servizio mi apostrofava in lingua italiana: «Ecco il nostro irredento!»”.

           

          LA STORIA

          Generali ha una particolare attitudine all’apertura e all’internazionalizzazione, ha sempre dimostrato di saper unire gli interessi, i luoghi e le persone, come ben sintetizzato nella scelta della denominazione di Assicurazioni Generali Austro-Italiche. Fin dalle origini, l’obiettivo fu quello di rivolgersi sia verso l’Impero asburgico che verso gli stati italiani. Infatti, i programmi erano quelli di incardinare tutta la struttura organizzativa, sociale e finanziaria della compagnia su due pilastri portanti: la Direzione centrale di Trieste, a capo della gestione nei territori asburgici e all’estero, e la Direzione veneta di Venezia, competente per gli affari nel Lombardo-Veneto e nel resto della penisola italiana. Il contesto mitteleuropeo in cui sorse Generali rappresentò un notevole vantaggio sia per l’espansione in Europa e nel mondo sia per l’attività assicurativa stessa. 
          All’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo Generali raggiunse un’articolazione geografica talmente estesa da richiedere una nuova strategia organizzativa: si scelse la via dell’istituzione di compagnie affiliate, a volte specializzate in determinati rami di attività, assumendo gradatamente la fisionomia allora non comune di “gruppo”.