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          14 giugno 2018 - 15:40

          Tutte le speranze del Vietnam

          Il piccolo Paese del Sudest asiatico è una delle economie più vitali e aperte agli investimenti stranieri

          Come un lungo serpentone, il Vietnam scende lungo il Mar cinese meridionale, tagliato a metà dal 17mo parallelo che una volta era il simbolo per eccellenza della Guerra Fredda. Simbolo e confine tra due Stati separati al Nord e al Sud. Quel conflitto, quel simbolo e quell’epoca oggi sono ormai così lontani che i giovani vietnamiti, in un Paese dove quasi un terzo della popolazione è sotto i 15 anni, non ne hanno quasi memoria se non fosse per i musei e i mausolei che la ricordano. Proiettato in avanti, il Vietnam si è ripreso a una velocità stupefacente riuscendo a consolidare una riunificazione che, alla fine della guerra nel 1975, sembrava una scommessa. Oggi è un territorio pieno di attrazioni che vanno dal turismo all’industria, dai servizi al commercio. Americani, cinesi, giapponesi, europei, russi formano una comunità onnipresente: in costume sulle spiagge di Phu Quoc, la grande isola del Sud, o con la ventiquattrore negli uffici di Città Ho Chi Minh e Hanoi. Secondo le stime ufficiali, nel 2017 la sola capitale è stata visitata da quasi sei milioni e mezzo di stranieri, con un aumento del 23% rispetto al 2016. Anche i vietnamiti hanno fatto la loro parte: quasi 25 milioni. Il risultato economico per Hanoi stato valutato in 5 miliardi di dollari.

           

          Se si scende verso il Col des nuages, che separa geograficamente il Nord dal Sud, si arriva a Hue, la “Kyoto del Vietnam” e la sede dell'ultima dinastia imperiale di cui resta una splendida cittadella visitata, l’anno scorso, da quattro milioni di visitatori, quasi la metà dei quali stranieri. Turismo e investimenti sono molto legati: lo si capisce scendendo verso Danang, la terza città del Paese: alla sua periferia meridionale, chilometri e chilometri di spiaggia di questa città di mare sono stati “colonizzati” sia da quartieri residenziali sia da infrastrutture turistiche. Sono in costruzione sterminati campi da golf, resort, parchi giochi. Ma di parco ce n’è anche un altro: il nuovo Hi-teck Park che offre vantaggi a chi investe nel settore tecnologico e in “progetti speciali”. Le facilitazioni per investire sono significative: non si paga affitto durante i lavori di insediamento e si gode di un bonus fiscale per 4 anni che diventa poi una tassa fissa del 10% per altri 15; nei 9 successivi, si può ottenere una riduzione del 50% sulla tassazione dei profitti e i beni non prodotti in Vietnam, che dovesse rendersi necessario importare, non sono tassati. Infine, per progetti oltre i 130 milioni di dollari, la tassazione al 10% potrà durare anche 30 anni. Da Nang non è un’eccezione: queste aree semi franche che attirano gli investitori stranieri si trovano anche negli altri grandi centri urbani. La sola “zona speciale” di Città Ho Chi Minh ha attratto 800 milioni di dollari di investimenti nel 2017 e quest’anno se ne aspetta altrettanti.

           

          Alla fine del primo decennio di questo secolo, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sottolineava “...i progressi ottenuti dal Vietnam nelle ultime due decadi (a partire dalla politica riformista del Doi Moi ndr) nel creare una cornice legale che stimolasse gli investimenti e desse gambe al settore privato – inclusi gli investimenti internazionali diretti – per sostenere la crescita economica e la prosperità dei cittadini”. Partendo da una situazione di sostanziale chiusura dell’economia agli investimenti privati, sia locali sia internazionali, il Vietnam – aggiungeva la stima dell’OCSE – è adesso considerato “una delle economie più interessanti al mondo per fare investimenti”.

          Il rapporto dell’OCSE (2009) non escludeva ombre: “Non di meno – aggiungeva – il processo di riforma economico non è ancora completo, con molte sfide per promuovere l'imprenditorialità e accelerare il progresso economico e sociale”. I nodi: “snellire le procedure di licenza per gli investitori sia stranieri sia nazionali; migliorare la comunicazione e il coordinamento tra i livelli (di governo) nazionali e provinciali; riformare il mercato fondiario per facilitare l’accesso alle PMI e ad altri investitori; applicare rimedi per la violazione dei diritti di proprietà intellettuale; rafforzare le autorità garanti della concorrenza, garantendo la piena attuazione degli impegni dell'OMC nel settore dei servizi legali, finanziari; riduzione delle tasse e altri regimi speciali di incentivi”.

           

          Poco meno di dieci anni dopo le valutazioni della Banca Mondiale (2017) aggiungono altri elementi positivi: “Le riforme economiche e politiche del Doi Moi, lanciate nel 1986, hanno stimolato una rapida crescita economica e lo sviluppo, trasformando il Vietnam da una delle nazioni più povere del mondo a Paese lower middle-income”. Il punto chiave è la crescita dell’economia: “Dal 1990, la crescita del PIL pro capite del Vietnam è stata tra le più veloci al mondo, con una media del 6,4% all'anno negli anni 2000. Nonostante le incertezze nell'ambiente globale, l'economia del Vietnam rimane resiliente. Le prospettive a medio termine del Paese restano favorevoli, con un PIL in crescita del 6% nel 2016, mentre le principali chiavi della crescita – una domanda interna elastica e una produzione orientata all'esportazione –  rimangono in vigore”. Quella percentuale di crescita nel 2017 è salita al 6,8% e le previsioni per il 2018 la danno sopra il 7.

           

          Infine la Banca Mondiale ritiene che “la crescita è stata equa, con una drastica riduzione della povertà e con un miglioramento sociale significativo”. Nel 1993 – ricorda BM – oltre la metà della popolazione viveva con meno di $ 1,90 al giorno. Oggi, il tasso di tale estrema povertà è sceso al 3%. La percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà nazionale ha raggiunto il 13,5% nel 2014, scendendo da quasi il 60% nel 1993. Ciò significa insomma che più di 40 milioni di persone sono sfuggite alla povertà nel corso di due decenni. “I servizi – sostiene ancora la Banca – sono migliorati: almeno il 99% della popolazione usa l'elettricità come principale fonte di illuminazione rispetto al 14% più di venti anni fa. Più del 67% della popolazione rurale ha ora accesso alle strutture igienico-sanitarie e oltre il 61% ha accesso all'acqua pulita, rispetto a solo il 36% e il 17%, rispettivamente due decenni prima”. Anche il sistema dell’istruzione ha fatto passi importanti e così il settore universitario.

           

          Le ombre però sono ancora presenti e nonostante i numeri del suo sviluppo “la crescita della produttività del lavoro non porterà probabilmente i tassi di crescita che il Vietnam aspira a raggiungere. Restano da correggere gli squilibri fiscali e problemi di qualità degli asset non risolti nel settore bancario”, oltre ai problemi connessi alla crescita delle città che richiedono gestione e innovazione dello sviluppo urbano.

          Sono realtà che la dirigenza del Paese ha ben presenti ma la sfida della strategia di sviluppo socioeconomico 2011-2020 (SEDS) resta ancora da vincere e richiede riforme strutturali, sostenibilità ambientale, equità sociale e questioni emergenti di stabilità macroeconomica. SEDS definisce tre “aree di svolta”: promuovere lo sviluppo delle competenze, in particolare per l'industria moderna e l'innovazione; migliorare le istituzioni del mercato e spingere a un ulteriore sviluppo delle infrastrutture. Quanto al piano di sviluppo socioeconomico (SEDP) per il periodo 2016-2020, approvato nell'aprile 2016, ha riconosciuto che i progressi sono troppo lenti e ha sottolineato la necessità di accelerare le riforme.

           

           

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          Immagine: REUTERS/Kham