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          22 novembre 2019 - 16:30

          Il Sud-est asiatico e la sfida dello sviluppo sostenibile

          La crescita della regione potrebbe avere impatti negativi sul cambiamento climatico

          Il sud-est asiatico rappresenta oggi una delle regioni più importanti e promettenti per lo sviluppo economico globale: si tratta infatti di un territorio densamente popolato che ha visto negli ultimi anni un tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) e della ricchezza molto sostenuto, e allo stesso tempo è stato interessato da un rapido processo di urbanizzazione con conseguente aumento del reddito medio di larghe fasce della popolazione.

          Nonostante i tassi di crescita del PIL regionale stiano calando per via di tensioni negli scambi commerciali, le previsioni dell’OECD rimangono comunque su valori alti (se paragonati a quelli europei) fino al 2020.

          Le banche centrali degli stati di quest’area hanno adottato politiche monetarie per supportare la crescita e limitare le vulnerabilità dei mercati finanziari, tuttavia il loro effetto potrà essere minato dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, che rischiano di contagiare tutta la regione.

          L’outlook generale di crescita della regione rimane comunque molto positivo. Questa crescita è tuttavia inevitabilmente legata a un aumento delle emissioni di agenti inquinanti e, in generale, delle sfide che questi paesi dovranno affrontare dal punto di vista ambientale, soprattutto nei grandi centri abitati che si stanno rapidamente allargando.

          Una delle misure tipicamente utilizzate per valutare il livello di inquinamento è quella delle emissioni di particolato PM 2.5 (ossia polveri sottili con un diametro inferiore a 2,5 µm), molto dannose per la salute in quanto una volta respirate possono raggiungere i bronchi e causare gravi problemi all’apparato respiratorio, provocando una diminuzione della capacità polmonare e bronchite cronica.

          Nelle aree urbane (1500 abitanti per chilometro quadrato) del sud-est asiatico l’inquinamento da polveri sottili va oltre il limite massimo imposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2,5µg/m3) per il 98% della popolazione residente.

          Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento da particolato è stato la causa diretta di quasi 1,5 milioni di morti in tutto il sud est asiatico nel 2015 (la maggior parte dei quali nei grandi centri urbani di Cina e India), con conseguenze importanti sui costi del sistema di welfare.

          Visti questi dati sull’inquinamento, i governi di questi paesi si trovano davanti a una sfida molto ardua: coniugare una crescita economica con delle politiche sostenibili in grado di arginare le emissioni di agenti inquinanti. I settori in cui intervenire sono la produzione di elettricità, la mobilità urbana e la pianificazione territoriale collaborativa tra i vari stati, a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica.

          Nel 2016 circa il 36% della produzione di energia elettrica nel sud-est asiatico era affidata a centrali a carbone e petrolio: secondo l’OECD il numero è destinato ad arrivare al 44% entro il 2040. Una larga parte delle centrali a carbone e petrolio è ubicata nei pressi dei grandi centri urbani, contribuendo ulteriormente all’inquinamento cittadino, già affetto dalle attività industriali e dalle emissioni dei mezzi di trasporto. In un’ottica di transizione energetica, nell’ultimo meeting tra i ministri dello sviluppo economico dei paesi del sud-est asiatico è stato infatti fissato l’obiettivo del 23% di energia da fonti rinnovabili entro il 2025.

          Ulteriori misure sono state prese per limitare l’utilizzo dei mezzi di trasporto privati e potenziare le reti di trasporto pubblico, come introdurre leggi sulle emissioni dei veicoli in linea con gli standard europei. Ad oggi il numero totale di autovetture nei paesi del sud-est asiatico è in continua crescita, ed è destinato ad aumentare con la crescita della classe media.

          L’ostacolo più grande secondo l’OECD è rappresentato proprio dalla mancanza di una cabina di regia condivisa, sia a livello statale che macro-regionale. I diversi stati infatti adottano regole diverse nella divisione dei diritti e della capacità di legiferare sul tema dell’ambiente e delle emissioni, con alcune regioni autonome all’interno dei singoli stati. La mancanza di cooperazione tra le varie entità territoriali impedisce di prendere azioni ad ampio respiro, e solo attraverso un superamento di questa condizione sarà possibile avere un impatto consistente sul livello delle emissioni nella regione.