Datore di lavoro responsabile

La salita dell’altra metà del cielo

L’empowerment femminile va avanti con fatica: una ricerca della Banca Mondiale parla dell’importanza di intervenire nel campo legislativo

Le donne rappresentano circa il 50% della popolazione del pianeta ma meno della metà di loro è impiegata nel settore formale del mercato del lavoro.  A livello globale, meno del 60% delle donne tra i 15 e i 64 anni partecipa al mercato del lavoro contro più dell’80% degli uomini. E nelle imprese formali le donne sono meno di un terzo. Questioni culturali, di tradizione, di sviluppo ma anche leggi, dispositivi, regole discriminatorie che possono depotenziare segmenti di popolazione dal punto di vista economico. In particolare, le leggi che discriminano le donne finiscono a influenzare il loro coinvolgimento nella sfera economica. Continuando a tenerle ai margini.

“Unequal Laws and the Disempowerment of Women in the Labor Market”, è uno studio dei ricercatori Asif Islam, Silvia Muzi, Mohammad Amin (che rientra nel lavoro del Global Indicators Group della Banca Mondiale) che fa il punto della situazione prendendo in esame nel loro complesso le leggi che facilitano le disparità di genere e collegando queste disparità a una serie di effetti per le donne nel mercato del lavoro. La ricerca ha analizzato più di 60mila aziende in 104 sistemi economici. E suggerisce alcune soluzioni.

Lo studio rileva una sistematica relazione negativa tra leggi discriminatorie di genere e ruolo femminile nel mercato del lavoro globale anche se migliorano le posizioni manageriali e la proprietà delle società che mostrano il trend positivo di un maggior empowerment femminile. Ma la ricerca evidenzia anche i percorsi attraverso i quali le disparità di genere scoraggiano la partecipazione delle donne nella sfera economica: disparità giuridiche di genere, ad esempio, che finiscono per limitare l'accesso ai finanziamenti e che spingono in alcuni casi persino a scegliere altre vie per ottenere credito. I responsabili politici possono però abolire le leggi discriminatorie – suggerisce il rapporto – e così ridurre le perdite economiche o la cattiva gestione creata dalle restrizioni imposte alle donne. L’aumento delle disponibilità finanziarie e pratiche inclusive sono le indicazioni suggerite dalla ricerca per diminuire le disparità di genere e fornire uguali possibilità e occasioni.

Confronto col passato
Lo studio è il proseguimento di una precedente ricerca uscita nel 2011 e finanziata dalla Banca Mondiale e dall’Ifc (International Finance Corporation): "Le donne, il lavoro e la legge" (Women Business and the Law). Il rapporto, che analizzava leggi, regolamenti ed istituzioni in 141 paesi, evidenziava l’esistenza di differenze a livello giuridico tra uomini e donne tali da influenzare la possibilità o la volontà delle donne di partecipare al mercato del lavoro come lavoratrici dipendenti o imprenditrici. Rilevava che, se da un lato in 36 paesi su 141 le differenze giuridiche fra uomini e donne erano state ridotte grazie all’adozione di recenti riforme, dall’altro, in 103 paesi, esistevano ancora differenze giuridiche in almeno una delle sei aree chiave del rapporto: accesso alle istituzioni, utilizzo della proprietà, accesso al mercato del lavoro, incentivi al lavoro, accesso al credito, accesso a tribunali e giustizia.

La ricercatrice Silvia Muzi scriveva nell’ottobre 2011 che “L’esistenza di differenze giuridiche fra uomini e le donne può spiegare, in parte, il persistere del divario nella partecipazione delle donne alla vita economica...(la ricerca Women Business and the Law) mostra – aggiungeva - come le economie con una maggiore differenziazione giuridica tra uomini e donne siano caratterizzate, in media, da una più bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro formale sia in termini assoluti sia relativamente alla presenza degli uomini nel mercato del lavoro”.

Non solo ombre
I maggiori progressi verso la parità giuridica tra uomini e donne si sono registrate in America Latina e Caraibi, Europa e Asia centrale. Se l’Africa è in coda, Muzi sottolineava però la performance quasi unica del Kenya: “Il Kenya, lodevole eccezione africana… negli ultimi anni ha introdotto una serie di riforme che hanno ridotto il divario giuridico tra uomini e donne”. Alcuni esempi: “Tra le riforme introdotte – si legge in un suo articolo di sintesi - si distaccano le misure relative all’accesso alle istituzioni, all’utilizzo della proprietà, e all’accesso a tribunali e giustizia. Inoltre, la nuova costituzione, promulgata nell’agosto del 2010, ha riconosciuto alle donne la possibilità di donare la propria nazionalità ai figli ed ha esteso a tutti i cittadini il diritto di avere un passaporto o altro documento di identità ed il diritto di circolazione nazionale e internazionale”.

A sei anni dal primo rapporto, la nuova ricerca della banca mondiale evidenzia che c’è ancora molta strada da fare.

 

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