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          21 maggio 2018 - 15:40

          Assicurazioni e catastrofi naturali

          La risposta dell’industria assicurativa all’aumentare dei disastri di origine naturale

          Se si prendono in esame gli ultimi cinque anni, si nota un drastico decremento nel numero dei disastri causati per mano dell’uomo o comunque riconducibili alla sua diretta responsabilità - si pensi ad esempio all’attentato delle Torri Gemelle del 2001 o all’esplosione della piattaforma petrolifera Deep Water Hoorizon nel Golfo del Messico – e un sostanziale incremento, con l’eccezione del 2017, di quelli di origine naturale. All’interno di questi ultimi vengono ricomprese due sottocategorie principali: i terremoti e quelli connessi alla meteorologia (alluvioni, uragani, tempeste, grandine…) sui quali ultimi, da tempo, la scienza individua nei mutamenti climatici la causa principale.

           

          La Nasa, in primis, ma quasi l’intera comunità scientifica sono concordi nell’individuare nell’inquinamento atmosferico ed eccessiva produzione di CO2 l’origine dell’effetto serra e del conseguente innalzamento della temperatura del pianeta.

           

          Dall’età preindustriale ad oggi, la temperatura media del nostro pianeta è aumentata di poco meno di un grado, ma i due terzi di tale variazione si è verificata interamente a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Il riscaldamento della superficie terrestre, che non è evidentemente omogeneo, sarebbe a sua volta alla base dello sconvolgimento climatico, imputato principale di molti dei maggiori disastri che hanno colpito la superficie terrestre negli ultimi vent’anni e dei quali siamo spettatori passivi e vittime impotenti.

          Da questo ragionamento ne discende che, sebbene di origine naturale, su gran parte di inondazioni, tempeste, incendi e quant’altro una responsabilità indiretta del genere umano sia comunque praticamente accertata.

           

          Il tributo in termini di vite umane di questi fenomeni resta estremamente elevato e imprevedibile, consideratane proprio la sempre maggiore intensità e la loro ormai frequente manifestazione in luoghi non storicamente esposti a tale tipo di rischi.

          Nel corso del 2017, a fronte di 151 eventi catastrofali di origine naturale, si sono registrate oltre 8000 vittime, di cui “solo” poco più di mille a causa di terremoti, mentre l’anno precedente si erano avuti 191 eventi per poco meno di 7000 morti (di cui 1400 circa per terremoti).

           

          Quanto ancora più preoccupante è, tuttavia, la crescita dell’ammontare dei danni materiali che questi eventi causano, crescita sicuramente correlata alla sempre maggiore violenza di questi fenomeni e al loro manifestarsi in economie più progredite dove, inevitabilmente, la contabilità delle devastazioni consegna numeri da capogiro.

          Basta riandare indietro con la memoria al 2001 e ripensare alle conseguenze drammatiche delle esplosioni verificatesi nella centrale nucleare di Fukushima in Giappone a seguito del blocco dei sistemi di raffreddamento di tre reattori. Lo tsunami causato da un violento terremoto con epicentro al largo della costa nell’oceano Pacifico determinò infatti l’allagamento e il conseguente black-out dei gruppi di continuità costruiti incautamente solo pochi metri sopra il livello del mare.

           

          Ancora oggi, non è stata quantificata la cifra esatta dei danni di questo disastro avvenuto a poco più di 200 chilometri in linea d’aria da Tokyo, la cui stima resta in un intervallo molto ampio compreso tra i 200 e i 600 miliardi di dollari, considerando da un lato i costi di bonifica per la totale decontaminazione dell’area che dovrebbe avvenire in un arco temporale di quasi mezzo secolo e dei costi indiretti di difficilissima identificazione.

          Ma anche senza considerare i casi più estremi come quello appena citato, basti pensare che lo scorso anno i danni materiali sempre connessi ai disastri naturali, a livello mondiale, hanno superato la cifra astronomica di 300 miliardi di dollari, l’equivalente dell’intera ricchezza prodotta in un anno da un paese come la Danimarca. E quasi il 90% di essi è relativo ai soli eventi meteorologici.

           

          E’ infine molto interessante sottolineare che la percentuale dei danni assicurati sul totale dei danni riportati, sempre su scala mondiale, si è mantenuta in percentuale abbastanza stabile attorno a un terzo del totale ed è salita attorno poco sopra il 40% nel 2017, anche se su quest’ultima cifra potrebbero avere avuto un impatto significativo gli uragani che hanno colpito gli Stati Uniti ed in particolare Harvey dello scorso autunno, responsabile da solo per 70 miliardi di dollari di perdite.

           

          Certo è che la domanda potenziale di copertura assicurativa per questo genere di rischi è crescente, come crescente il costo di protezione considerata la maggiore frequenza e intensità di questa tipologia di eventi, la loro manifestazione ormai spesso in aree ad elevato sviluppo economico e l’entità delle devastazioni causate.

          La conta dei danni diretti non esaurisce infatti il bilancio finale poiché non tiene in adeguata considerazione gli effetti indiretti che spesso conseguono al blocco o all’interruzione delle attività produttive.

           

          In ogni caso, l’industria assicurativa è sempre riuscita a definire delle soluzioni sostitutive o complementari a quello che di massima, in situazioni di emergenza nazionale, è un intervento a carico dello Stato o degli enti territoriali di governo. Non solo, anche sul fronte della necessità di riassicurazione di grandi rischi a carattere episodico, ma dai risvolti economici molto rilevanti, sono state individuate nel tempo soluzioni di “finanziarizzazione” di questi ultimi attraverso il loro collocamento sui mercati dei capitali tramite emissioni dei cosiddetti cat-bond. Questi titoli di tipo obbligazionario incorporano nel rendimento il premio riassicurativo e garantiscono ritorni importanti e, soprattutto, decorrelati all’andamento dei mercati finanziari trasferendo tuttavia, in capo agli investitori – tipicamente istituzionali – il rischio di perdita massima del capitale nell’ipotesi di occorrenza e in proporzione all’effettiva entità dei danni conseguenti all’evento assicurato.

           

          Per maggiori informazioni leggi il comunicato stampa su Lion Re II, il bond catastrofale sottoscritto da Generali a protezione di alluvioni e tempeste in Europa e terremoti in Italia.