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          25 ottobre 2018 - 15:30

          Mangiare bene, vivere meglio

          Intervista a Stefania Ubaldi sul rapporto tra alimentazione e salute

          “Con un’alimentazione e uno stile di vita sani si può prevenire l’80% delle malattie croniche. Ma anche la comunità scientifica deve fare di più”.

           

          Stefania Ubaldi, medico svizzero, è fondatrice e presidente di Medinvita, associazione che promuove la cultura della prevenzione, e presidente della European Lifestyle Medicine Organization, che terrà il suo primo convegno paneuropeo a Ginevra, il 10 novembre. Con lei parliamo del rapporto tra stili di vita e salute.

          Dottoressa Ubaldi, si ha limpressione che negli ultimi decenni, nella comunità scientifica, sia molto cresciuta la consapevolezza del nesso tra buona alimentazione e salute. È così?

          L’attenzione alla relazione tra cibo e salute c’è sempre stata. Basta pensare al primo grande studio sulla dieta mediterranea, che risale agli anni Cinquanta. Se vogliamo andare molto più indietro nel tempo, già Ippocrate parlava di questo rapporto tra salute e cibo. È vero però che negli ultimi decenni c’è stata una svolta: più che all’aumentata consapevolezza nella comunità scientifica, si deve agli sviluppi della tecnologia, che hanno avuto un grande impatto sulla biologia molecolare e permesso di osservare le cellule del nostro corpo in modo sempre più dettagliato, per testare i processi biochimici. Parallelamente, gli studi basati su indagini epidemiologiche dei pazienti si sono moltiplicati, raggiungendo un picco negli anni Novanta. Nei primi anni Duemila, grazie ai follow up, abbiamo iniziato ad avere un quadro abbastanza chiaro delle conseguenze dell’alimentazione sulla nostra salute.

           

          Su cosa si concentrano gli studi, in particolare?

          Sulle malattie croniche. E dunque: patologie cardiovascolari, obesità, malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, diabete di tipo II, che nasce da un alterato stile di vita alimentare e dalla sedentarietà, oltre ad alcune forme di cancro che hanno un legame con una non corretta alimentazione. L’80% di queste malattie si può prevenire con l’alimentazione e uno stile di vita sano. Per quanto riguarda gli ictus, la percentuale può salire fino al 90%. Oggi siamo in grado di sviluppare programmi per la prevenzione delle malattie croniche.

           

          È quella che lei chiama nutriterapia?

          Esatto. È un termine che a mio avviso fa capire come l’alimentazione aiuti a evitare l’infiammazione della cellula. Tipicamente terapeutica è la dieta mediterranea: può aiutare a ridurre il rischio di recidiva, per esempio, tra le donne che sono state operate per un cancro al seno.

           

          La nutrigenetica consentirà di avere ulteriori progressi? 

          La nutrigenetica è l’utilizzo dello studio del DNA per capire le modalità con cui ognuno di noi metabolizza i nutrienti. In un paziente si può riscontrare come funziona un gene: in base alla risposta possiamo adeguare il piano alimentare. Siamo ancora all’inizio, ma si suppone che tutto questo porterà dei miglioramenti chiari. Avremo informazioni personalizzate su ogni paziente, e quindi potremo prescrivere diete personalizzate per la prevenzione.

           

          Se da un lato si rafforza il nesso tra corretta alimentazione e prevenzione, dallaltro sembrano aumentare allergie e intolleranze alimentari. Perché?

          Qui bisogna essere chiari, netti: ad oggi le uniche intolleranze genetiche scientificamente documentate sono quelle al glutine, al lattosio e al fruttosio. E si è creato anche un grande business intorno a tutto questo. Penso ai prodotti senza glutine, che vengono spacciati come benefici per chiunque, quando in realtà non lo sono affatto. Lasciamoli ai malati di celiachia, cioè coloro che ne hanno davvero bisogno.

           

          Si è sempre più consapevoli dellimportanza di una buona alimentazione. Ma a livello pratico, come stanno le cose?

          Siamo ancora indietro. Tutti sanno ormai che mangiare sano fa bene, ma pochi lo fanno realmente. La dieta mediterranea è nata in Italia, ma pochi italiani la rispettano pienamente. E pensare che la dieta mediterranea è anche economica: molte pietanze possono essere preparate il giorno prima e consumate in quello successivo. Anche la comunità scientifica deve fare molto di più. Tra i medici di base c’è ancora poca formazione sul tema della buona alimentazione e della prevenzione. Ne consegue che la trasmissione delle informazioni dal professionista al consumatore/paziente non è ancora ai livelli ottimali. Bisogna puntare con maggiore insistenza sulla formazione dei medici. E occorre andare nelle scuole, facendo educazione alimentare a partire dai banchi scolastici, persino dall’asilo.

           

          Tutto questo, però, dipende anche dalle politiche dei governi. Giusto?

          Sì. Noi scienziati possiamo fornire dati, essere presenti sul campo con i cittadini e sensibilizzare. Ma sono le istituzioni che devono mettersi al lavoro per decretare una vera svolta, trasmettendo in modo sempre più diffuso la cultura dell’alimentazione sana. Su questo, purtroppo, c’è ancora un blocco. In parte può dipendere da alcuni interessi economici, in parte dal fatto che – penso allo spazio europeo – è complicato trovare sintesi tra Paesi con tradizioni alimentari così diverse tra loro. È difficile convincere i Paesi del Nord a passare ai prodotti della dieta mediterranea, per intenderci. A ogni modo, ciò che è necessario è far capire che questo è il momento di agire. Servono programmi ministeriali, e servono anche degli obblighi, quali la proibizione o limitazione del junk food (cibo spazzatura) in determinati contesti quali le mense scolastiche o gli ospedali.

           

          La biotecnologia può favorire una corretta alimentazione e prevenzione?

          Che possa farlo è fuor di dubbio, ma penso non avrà una funzione risolutiva nell’immediato. Credo sia più importante tornare alla semplicità e alla naturalità dell’alimentazione. E investire sullo stile di vita. La prevenzione non dipende soltanto da ciò che mangiamo. Sono fondamentali anche l’attività fisica, il modo in cui dormiamo, se fumiamo o no, se abusiamo di alcol o non lo consumiamo, e se siamo stressati o meno, perché lo stress cronico comporta malattie cardiovascolari. Se riusciamo a “risanare”, se ce la facciamo a mettere ordine nel nostro modo di mangiare e vivere, possiamo prevenire le malattie croniche dell’80%.