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    14 maggio 2018 - 16:40

    Long term care

    L’invecchiamento della popolazione aumenta il rischio di non autosufficienza: il ruolo delle assicurazioni

    La crescita demografica e, in particolare, l’invecchiamento della popolazione sono due delle questioni principali di cui maggiormente si discute a livello internazionale specialmente con riferimento all’impatto alimentare e conseguente depauperamento delle risorse naturali.

    Le Nazioni Unite rivedono annualmente le stime sulla crescita della popolazione mondiale su un arco temporale che identifica tre tappe nel 2030, 2050 e 2100, disaggregando i dati disponibili e previsionali su sei macro aree geografiche: Africa, Asia, America Latina, Europa, Nord America e Oceania. Gli stessi dati vengono inoltre suddivisi per quattro classi relative all’età media delle persone: da zero a 14 anni, da 15 a 24 anni, da 25 a 59 anni, oltre sessant’anni.

    Prendendo a riferimento l’ultimo aggiornamento dello studio pubblicato dall’Organizzazione nel 2017, la popolazione mondiale ad oggi ammonta a poco più di 7.550.000.000 di individui. Se si considerano solamente l’Europa e il Nord America, il totale complessivo degli abitanti in queste due aree appena supera il miliardo di persone: 750 milioni nella prima, 360 milioni nella seconda. Ma prima di guardare alle proiezioni di crescita nel corso del secolo corrente, è interessante notare che se a livello mondiale la quota di over sessantenni tocca più o meno il 13% del totale, questa percentuale sale a un quarto dell’intera popolazione europea e a poco più di un quinto (22%) di quella presente in Nord America. In via approssimativa quindi, già oggi contiamo circa 275 milioni di cittadini europei e nordamericani tendenzialmente non più in età attiva (come si definisce elegantemente l’arco temporale in cui un individuo non è o non è più in grado di svolgere un’attività lavorativa) e, tendenzialmente, esposti a problemi di autosufficienza.

    Ma ancora più preoccupante è il dato prospettico, sebbene vada ricordato come le previsioni demografiche siano per definizione tanto più incerte quanto più le proiezioni si allontano dall’anno base di riferimento.

    Nel 2030, se la popolazione mondiale è prevista aumentare di un miliardo circa di individui (8.550 milioni in totale), in Europa viceversa ci si deve attendere una diminuzione di oltre 20 milioni di persone e, quel che più preoccupante, un ulteriore incremento percentuale della popolazione più anziana, fenomeno da ricondursi sia alla diminuzione del tasso di fertilità che all’allungamento delle aspettative di vita (quest’ultimo peraltro diffuso con intensità differenti a livello generale).

    L’ultimo studio sul tema condotto dalle Nazioni Unite nel 2015 stimava infatti un’aspettativa di vita alla nascita nelle aree a maggior sviluppo di 78 anni circa, proiettata a quasi 81 anni nel 2030 e prossima ai novant’anni nel 2100.

    In un recente editoriale pubblicato sul bollettino mensile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), gli autori mettono peraltro in luce come la semplice età anagrafica non rappresenti un indicatore affidabile dello stato di salute della popolazione.

    La stessa Organizzazione sottolinea infatti come nel proprio programma con orizzonte temporale entro 2030 sia previsto che il cosiddetto “healthy aging” non si identifichi nell’assenza di malattie quanto piuttosto nella preservazione di un’abilità funzionale che consenta di condurre una vita piena e dignitosa. Gli investimenti in questa direzione, avverte l’OMS, non vanno a discapito della lotta alle malattie e patologie che normalmente colpiscono la popolazione più giovane, ma sono incentrati piuttosto sul produrre servizi integrati con al centro la persona, localizzati il più possibile vicino al luogo di residenza dell’utenza e in grado di fornire quell’assistenza necessaria per mantenere il più a lungo possibile la capacità intrinseca di autosufficienza.

    L’assistenza agli anziani non più autosufficienti un tempo “garantita in famiglia” e prevalentemente a carico delle donne, si va sempre più spostando anche in relazione al progressivo incremento della partecipazione di queste ultime al mondo del lavoro verso strutture autonome specializzate a carico del servizio sanitario pubblico o privato. Difficile tuttavia fare previsioni attendibili poiché quanto sopra andrà riletto alla luce dei progressi scientifici che verranno conseguiti in futuro in campo medico, delle biotecnologie nonché della robotica e della intelligenza artificiale che potrebbero rivelarsi alleati straordinari non solo nella concezione di una nuova dimensione di assistenza integrata, ma probabilmente nell’allontanare nel tempo il momento di insorgenza di deficienze fisiche e mentali debilitanti.

    È tuttavia evidente che, specie nei Paesi a maggior sviluppo dove si assisterà comunque ad una progressiva decrescita demografica, l’onere di spesa relativo al sostentamento delle fasce di popolazione “a riposo” sempre più numerose non potrà essere posto esclusivamente a carico delle generazioni in età attiva. Di qui l’esigenza negli anni a venire a che si provveda al ricorso sempre più diffuso di piani assicurativi privati in grado di affiancare o sopperire alla spesa posta ad oggi, in taluni Paesi, in toto o in parte a carico della pubblica sanità.

    La riduzione della percentuale di popolazione in età attiva e il raggiungimento del picco massimo percentuale di ultra sessantacinquenni attorno al 36% della popolazione totale nello scenario mediano rendono quanto mai urgente un’attenta programmazione di misure in grado di affrontare efficacemente questa dinamica in disequilibrio.

    La grande sfida per il mondo assicurativo resta quindi quella di riuscire a realizzare un’offerta di prodotti “Long Term Care”, correttamente tariffati e, soprattutto, di riuscire a diffonderne la cultura e stimolare una domanda attiva di copertura per una migliore mutualizzazione dei rischi.