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          16 gennaio 2020 - 16:00

          La Brexit e noi

          Prospettive ed effetti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea

          Lo slogan, oggi diffuso, che recita che “la Brexit è un problema dei britannici” rappresenta un modo forse insufficiente di affrontare la questione dell’uscita del Regno Unito dall’UE, ma appare certamente coglierne l’essenza. Ormai l’Europa è uno spazio politico ed economico profondamente integrato e anche se non è possibile ipotizzare di smontare gli oltre 20 mila regolamenti comunitari esistenti (il94% dei quali vede la partecipazione anche del Regno Unito) senza che vi siano alcuni effetti collaterali e ripercussioni su tutta l’area europea che permane nell’UE, specie a livello di revisioni e rinegoziazioni tra i 27 partner che ancora la formano (e tutto lascia intendere che continueranno a formare). Si tratta comunque di aspetti non cruciali per il futuro dell’Europa unita. In effetti, il Regno Unito ha manifestato sin dall’inizio un’adesione piuttosto ambigua, per non dire un po’ recalcitrante, all’Unione Europea, motivata anzitutto da quella tradizionale e peculiare forma di “sovranismo” isolano che consiste nel senso di alterità culturale e politica dei britannici e, non da ultimo, anche dal fatto che Londra è uno dei maggiori centri finanziari del mondo. Una riluttanza ben espressa nel tenace attaccamento alla sterlina e manifestata frequentemente anche a livello di decisioni di policy dell’Unione Europea, nel seno delle cui Commissioni i rappresentanti del Regno Unito, proprio con l’obiettivo di difendere – direttamente o indirettamente- il mercato finanziario della City, hanno non infrequentemente espresso opinioni e voti in aperto contrasto con quelli della grande maggioranza dei Paesi appartenenti all’area dell’euro. Sotto questo punto di vista, anche se non si può certo salutare con gioia la partenza di un membro importante come il Regno Unito, si può legittimamente sperare che il cammino di creazione policy comuni e condivise dell’Unione risulti in parte semplificato dall’uscita di un membro che in tutti questi anni è sembrato tirare l’acqua esclusivamente al proprio mulino. E’ altresì vero che il malessere inglese che ha condotto alla Brexit mette in luce dubbi e resistenze non esclusivamente britannici che, prevalentemente strutturati in ideologie sovraniste, si sono diffusi nell’ultimo decennio in molti paesi d’Europa: ciò segnala che esiste certamente qualcosa di inadeguato (e forse di sbagliato) nel modo in cui funziona il governo dell’Unione. Sembra che in particolare vada analizzato ed approfondito il fatto che sin qui l’Unione Europea non è ancora riuscita ad offrire ai propri cittadini efficaci strumenti di partecipazione e che troppo spesso si è teso a nascondere, invece che a risolvere, i conflitti tra Paesi membri: debitori e creditori, esportatori e importatori, appartenenti all’Eurozona o al di fuori di essa.   Pur con queste insufficienze, risulta comunque evidente che nell’attuale mondo globalizzato l’esistenza dell’Unione Europea ha rafforzato i paesi che la compongono, creando un vasto mercato economico e sociale che unisce e potenzia profondamente i paesi membri, intrecciandone le produzioni, le capacità, la creatività tecnico-scientifica e in definitiva le sorti, chiaro essendo che un paese europeo da solo non poteva certamente essere in grado di competere, sul piano economico, tecnologico e sociale con giganti come gli USA, la Cina, l’India  e la Russia.

          Numerose sono le analisi quantitative sugli effetti economici che produrrà la ormai ribadita Brexit. Limitandoci solo ai dati di tendenza che si possono ritenere maggiormente significativi, vanno citate le stime della Bank of England, che fissano fino a 5 punti percentuali la discesa del PIL del Regno Unito se si dovesse avere una Brexit senza accordo, con la perdita di oltre 500 mila posti di lavoro, anche se non si possono ignorare alcuni effetti negativi che potrebbero ricadere sull’occupazione del resto dell’Europa nel caso di no deal, che però sembra allontanarsi  anche in forza della recente forte vittoria dei conservatori). Ma con la Brexit senza accordo ci sarebbe anche chi può guadagnare: secondo uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo, con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, gli USA aumenterebbero il proprio export verso questo Paese di oltre 5 miliardi di dollari, mentre la Cina arriverebbe a più di 10 miliardi di dollari. Le stesse perdite che colpirebbero i restanti Paesi UE nel caso di Brexit no deal (un’eventualità ormai molto remota), i quali vedrebbero cadere il proprio export globale di circa il 10% del totale, potrebbero però essere compensate dal massiccio trasferimento di imprese sul suolo continentale che già da un anno si sta constatando: si tratta, secondo la Bank of England, delle 60 mila imprese britanniche che hanno rapporti commerciali quasi esclusivamente con il resto dei Paesi UE. Circa il 60% di esse ha trasferito o sta trasferendo la propria sede legale in un Paese dell’Unione.  Le stime avanzate dalla Katholieke Universiteit di Leuven (H. Vandenbussche, Brexit Impact Study 2019) si basano su un modello che considera le tavole input-output di 15 settori e mostrano, nel caso di Brexit con accordo, un impatto negativo di circa lo 0,38% sul PIL complessivo dell’UE a 27 (-1,2% per il Regno Unito), con una perdita complessiva di 280 mila posti di lavoro in tutti e 27 i Paesi UE (-140 mila in UK).

          Quanto al settore assicurativo, l’IVASS ricorda che sono 53 le compagnie del Regno Unito (di cui 47 nel settore “danni”) che assicurano circa 9,7 milioni italiani per un monte premi annuo pari a circa 1,7 miliardi di euro. Nel caso di Brexit senza accordo, queste compagnie sarebbero, in quanto non appartenenti all’Unione, incapacitate a svolgere attività assicurative in tutti i Paesi membri e sarebbero pertanto costrette a costituire una sede stabile in un Paese membro e ad richiedere tutte le autorizzazioni necessarie ad operare nell’Unione. Per superare tale ostacolo, diverse compagnie assicurative britanniche hanno aperto sedi prevalentemente in Lussemburgo, Belgio e Irlanda e uffici operativi nei vari paesi dell’Unione Europea.