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Un nuovo welfare mediorientale

Il Medio Oriente si muove nella giusta direzione per ridisegnare il proprio modello di welfare

A fine 2016, l’United Nations Research Institute for Social Development ha lanciato un progetto di ricerca che intende ridisegnare una possibile agenda delle politiche di welfare in Medio Oriente (Redrawing the Welfare Map: New Directions in Social Policy in the Mena Region). Non è l’unico lavoro in corso da quando le “Primavere arabe” hanno scosso una regione attraversata da forti tensioni e, attualmente, da sanguinosi conflitti. Proprio le “primavere” con le problematiche che ne sono emerse, i grossi flussi migratori e un interesse sempre maggiore delle grandi agenzie di sviluppo, hanno spinto la ricerca a incontrare una sorta di nuova consapevolezza sui limiti di approcci governativi generalmente populisti e volti più a intervenire a sostegno di evidenti povertà che non a lavorare per modificare le forti ineguaglianze tra la popolazione.

Uno studio della Bath University del Regno Unito, che da anni studia il caso mediorientale e nordafricano (Mena Region) spiega che in effetti i governi e le agenzie di sviluppo internazionali in Medio Oriente e Nord Africa stanno assumendo un sempre maggior interesse per le questioni di assistenza sociale e  protezione sociale. Gli eventi turbolenti della "primavera" non hanno fatto altro che aumentare la necessità di un ripensamento su politiche spesso limitate a sussidi a carburanti e alimenti. Tuttavia, vi è poca chiarezza – dicono gli studiosi -  su ciò che la protezione sociale potrebbe significare o come potrebbe essere organizzata in una regione che ha, finora, non sviluppato una politica chiara per l'uguaglianza e diritti sociali.

 

La dottoressa Rana Jawad, Senior Lecturer dell’University di Bath e fondatrice del  MENA social policy network, spiega che «I sistemi di welfare della regione hanno storicamente favorito i lavoratori maschi del settore pubblico con una combinazione  di assistenza sociale, in natura e in denaro, per i gruppi sociali vulnerabili… di conseguenza, i due terzi della popolazione della regione non hanno alcuna forma di sicurezza sociale formale. Legami di parentela, comunità e organizzazioni religiose svolgono un ruolo chiave nel fornire assistenza sociale di emergenza per coloro che non hanno possibilità di far ricorso a prestazioni sociali basate sul welfare statale».  In una situazione con  grandi reti di ospedali, cliniche, scuole e università che fanno pagare i propri clienti «...la maggior parte dei governi favorisce politiche che enfatizzano lo sviluppo delle capacità economiche e umane principalmente attraverso  investimenti del settore privato. Ciò significa che l’assistenza sociale si concentra principalmente su alleviare i sintomi piuttosto che sulle cause della povertà».

 

Le cose però stanno cambiando anche se l'attenzione per i regimi di protezione sociale universale resta piccola «con l'eccezione di un eccessivo affidamento sulla inefficiente e inefficace politica dei sussidi a cibo e carburanti» commenta ancora Jawad. I Paesi del Golfo hanno fatto però passi significativi nel settore sanitario, mentre altri Paesi, come lo Yemen, la Giordania, Gaza e i Territori palestinesi della Cisgiordania hanno lavorato sul miglioramento di programmi di assistenza sociale.

 

Recentemente, conclude Jawad, «le agenzie di sviluppo internazionali hanno iniziato a promuovere un'agenda per la protezione sociale nella regione che è stata accolta con grande interesse da parte dei governo locali, in parte per via delle rivolte arabe, ma anche a causa della necessità di proporre nuovi obiettivi della politica di sviluppo del millennio… Nuove politiche che comprendono l'estensione dell’assicurazione sanitaria agli occupati, benefici per i laureati disoccupati, una riforma della politica dei sussidi a cibo e carburanti e programmi di trasferimento di denaro.  Non è una rivoluzione nelle politiche sociali, ma sono un passo nella giusta direzione».