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    23 marzo 2017

    Welfare creativo

    Società vecchia, welfare nuovo

    Nei paesi occidentali l’invecchiamento della popolazione sta ribaltando l’equilibrio tra popolazione attiva e passiva. Il modello pensionistico pay-as-you-go non reggerà ancora a lungo, il sistema sanitario costerà troppo e si deve correre ai ripari, inventandosi ricette nuove. Tassare i robot?

     

    Nei Paesi industrialmente avanzati l’aumento dell’aspettativa di vita e il contestuale calo del tasso di fertilità (vedi grafico– dal Financial Times su dati Ocse) hanno ribaltato nel corso degli ultimi decenni l’equilibrio tra popolazione attiva e passiva. Ieri la prima aveva un peso maggiore, oggi non è più così. Trend confermato anche dalla banca dati dell’Ocse. In Giappone la quota della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) sul totale è variata tra il 1970 e il 2013 dal 24% al 13%, mentre quella anziana è salita dal 7,01% al 25,06%. In Germania, nello stesso periodo, il rapporto tra popolazione attiva e passiva è passato da 23-14 a 13-23; in Italia da 25-11 a 13-21; negli Stati Uniti da 28-10 a 19-15.

    Società vecchia, welfare nuovo

    L’invecchiamento demografico comporta serie conseguenze sociali. Operai, impiegati e artigiani di oggi avranno pensioni meno dignitose di quelle della generazione che li ha preceduti, ma alla quale, lavorando, le pensioni le pagano. Il costo della sanità lieviterà, dato che ci saranno sempre più anziani da assistere. L’impatto dell’una e dell’altra sui conti pubblici sarà notevole. Tenerli in ordine non sarà semplice. Non è il caso di girarci troppo intorno: il welfare non potrà più essere lo stesso. Urgono rimedi.

    Sul fronte pensionistico, il modello pay-as-you-go, predominante in Occidente, non reggerà ancora a lungo di questo passo. Una volta erano i tanti a mantenere i pochi, ora accade il contrario. Un’idea per sventare il collasso potrebbe essere quella di ricorrere con maggiore insistenza ai fondi pensione, ma non mancano le insidie. La crisi globale lo ha dimostrato, bruciando i ritorni finanziari a essi associati (vedi grafico – Università di Mannheim fonte Ocse).

    Società vecchia, welfare nuovo

    Tra gli addetti ai lavori circola da tempo un suggerimento, forse più sensato: mutuare il modello svedese delle pensioni. Si adatta abbastanza elasticamente alle oscillazioni della crescita e alla curva demografica. Ma come scrive il Financial Times, a prescindere dai modelli più o meno virtuosi, “probabilmente la soluzione complessiva sarà un poco attraente mix di età lavorativa prolungata, risparmio e trasferimenti meno generosi”.

    Si può lavorare anche sulle politiche a favore delle famiglie, allungando i tempi della maternità e aumentando i trasferimenti finanziari. Tra i Paesi che sul fronte degli assegni familiari hanno recentemente operato una svolta sostanziosa c’è la Polonia, dove l’indice di dipendenza delle persone inattive da quelle attive ha il secondo tasso di crescita a livello europeo (il più alto è in Slovacchia). Questo quanto emerge da una ricerca dell’Università di Mannheim. Il governo conservatore polacco ha introdotto da un anno il programma 500 Plus, che eroga generosi assegni familiari: 500 zloty, 125 euro circa, per i secondi figli e successivi, fino alla maggiore età. Sono molti soldi, considerato che lo stipendio medio lordo è grosso modo di 1000 euro. L’intento di Varsavia è incentivare sia la natalità che i consumi. Il costo di questa politica, che è generalista, rivolta a tutti a prescindere dal reddito, è enorme. Potrebbe addirittura portare il saldo di bilancio pubblico oltre il limite del 3%, previsto dall’Europa.

    Diversi analisti si chiedono dove sia, in tutto questo, il confine tra consenso e welfare. Tema che si pone, rovesciato, anche nel campo delle pensioni. Gli aggiustamenti su età pensionabile e contributi logorano la popolarità dei governi. E lo stesso vale per le politiche di immigrazione, dove resta ancora troppo largo il divario tra la necessità di favorire l’immigrazione per mantenere un livello accettabile di forza lavoro e la diffidenza indotta dall’opinione pubblica. Uno studio dell’Istituto Delors su quanto fatto in Europa in merito all’attrazione di manodopera qualificata da Paesi terzi ha dimostrato che ne usciamo molto penalizzati a livello di competitività globale.

    Queste sono le ricette classiche e le discussioni che ricorrono da anni. Poi ci sono le soluzioni di tipo nuovo, tra le quali spicca il reddito di cittadinanza. Al di là delle strumentalizzazioni politiche, questo schema, fondato sul dare la giusta quantità di soldi per soddisfare i bisogni di base, si ricollega a uno scenario dove sempre meno persone lavoreranno, poiché la robotizzazione costerà molti più posti di lavoro, in un tempo molto più stretto, di quanti ne abbia bruciati l’automazione in fabbrica nel secolo scorso. Un approccio rilanciato nelle settimane scorse anche da Bill Gates che, provocatoriamente, ha formulato l’ipotesi di tassare i robot proprio perché sottrarranno posti di lavoro agli esseri umani.

    Ma questa è una soluzione diversa dal reddito di cittadinanza, a cui torniamo. A San Francisco, Stati Uniti, sta partendo un progetto pilota (budget da 50 milioni di dollari), che coinvolgerà solamente le famiglie con figli. Riceveranno dai mille ai duemila dollari mensili. Quello di San Francisco segue a stretto giro un altro esperimento, sempre in California, ma a Oakland. Le famiglie interessate sono cento, di varia estrazione sociale, economica e culturale. Riceveranno anche loro tra i mille e i duemila dollari, sia che continueranno a lavorare, sia che allenteranno il ritmo. A promuovere il progetto è Y Combinator, società che sostiene e finanzia le più promettenti aziende innovative. Il fondatore è Sam Altman, un geniaccio di 31 anni, convinto che, come altri nella Silicon Valley, chi usa e userà robot per creare profitto (e distruggere lavoro) sia moralmente obbligato a “compensare”. E a chi sostiene che il reddito di cittadinanza disincentivi a lavorare, Altman risponde: “Non credo che dovremmo giudicare moralmente il modo in cui la gente sceglie di usare il proprio tempo”.

    Esistono studi secondo i quali il reddito di cittadinanza non indurrebbe le persone a smettere di lavorare. Il più celebre è un progetto che negli anni ’70 fu lanciato a Dauphin, una piccola cittadina canadese, non facoltosa, prevalentemente agricola e abitata da molte famiglie di origine ucraina. A volerlo furono sia il governo regionale sia quello nazionale, orientati a sinistra. Quando il vento cambiò, il piano fu interrotto e i risultati finirono in archivio. Sono stati riesumati da non molto, e passandoli al setaccio ci si è accorti che il reddito di cittadinanza non indusse gli abitanti di Dauphin a lasciare il lavoro. Lo fecero qualche mamma e qualche adolescente, ma ebbero modo di allungare la maternità e di continuare ad andare a scuola. Sarebbe proprio questa, tra l’altro, la filosofia del reddito di cittadinanza. Dare a tutti quanto basta per sopravvivere, e favorire così un investimento in attività sociali: famiglia, scuola, insegnamento, assistenza agli anziani.