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Tutta colpa di El Niño?

Secondo un rapporto pubblicato il 21 ottobre dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), settembre 2015 è stato il più caldo settembre dal 1880, da quando cioè sono disponibili dati precisi sulle rilevazioni. Lo stesso si può dire per agosto e per luglio: a dirla tutta, per il momento soltanto gennaio e aprile non hanno battuto tutti i record.
 

Cosa sta succedendo? Essenzialmente due cose. In primo luogo, secondo Deke Arnt – responsabile per il NOAA del centro per le informazioni ambientali – questi record sono spiegabili soprattutto con El Niño. Si tratta di un fenomeno climatico periodico che si verifica nell'Oceano Pacifico centrale nei mesi di dicembre e gennaio, in media ogni cinque anni, quando gli alisei – che in genere soffiano da est a ovest nei tropici – iniziano a indebolirsi. Ciò comporta che una parte del calore immagazzinato negli strati più profondi dell'oceano risalga in superficie, influendo sulle temperature globali.

Ma El Niño non è l'unica causa. Dopo tutto nel 2014 non c'è stato, eppure sono stati battuti diversi record: quello per le emissioni di gas serra, per le temperature degli oceani e delle superfici marine, per lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e in Antartide e, giocoforza, quello per l'aumento del livello del mare.

 

D’altra parte l’avvertimento degli scienziati è non focalizzarsi su un anno specifico o sui singoli record, ma di tenere d’occhio la tendenza a lungo termine, che è una tendenza – ormai è chiaro – al generale surriscaldamento. Un caldo che, per quanto le cause non siano ancora chiarissime, dipende in larga misura da quanta CO2 continuiamo a emettere nell'atmosfera.

 

L’altro fattore essenziale è dunque il surriscaldamento. Bruciando combustibili fossili e aumentando l’anidride carbonica nell'atmosfera, intrappoliamo infatti più calore sulla superficie della Terra.

Nella sua enciclica sul cambiamento climatico, Papa Francesco sottolinea che gli effetti più pesanti ricadranno su coloro che sono meno pronti ad affrontarli: «Molti poveri vivono in aree che sono particolarmente colpite da fenomeni legati al riscaldamento», scrive Francesco, «e i loro mezzi di sussistenza dipendono dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, quali agricoltura, pesca e silvicoltura».

 

All’interno del suo Indice di Vulnerabilità al Cambiamento Climatico, la società inglese di analisi dei rischi Maplecroft, infatti, elenca 32 paesi soggetti a “rischio estremo”. I primi dieci sono tropicali: Bangladesh, Sierra Leone, Sudan del Sud, Nigeria, Chad, Haiti, Etiopia, Filippine, Repubblica Centrafricana ed Eritrea. Di questi, tutti meno la Nigeria e le Filippine rientrano nella lista dei paesi più poveri secondo le Nazioni Unite.

Il round di negoziazioni internazionali attualmente in corso però sembra presentare un elemento inedito: l’ottimismo. Per la prima volta dall’adozione del Protocollo di Kyoto nel 1997, analisti e stakeholder credono che si possa realmente giungere a un accordo preciso per ridurre le emissioni di gas serra, nonostante si tratterà, come avverte il segretario di stato USA John Kerry, di impegni presi senza alcun trattato vincolante o penalità per incentivarne il mantenimento.

 

«Uno degli aspetti positivi, almeno, è che le persone stanno parlando di numeri precisi, cosa che non era mai stata fatta in precedenza», dice Martin Weitzmann, professore di economia ad Harvard che studia le conseguenze ambientali ed economiche del cambiamento climatico. «I Paesi stanno per impegnarsi a ridurre le emissioni di gas serra. Questo è il primo passo per qualunque cosa».