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Stampa 3d: è vera rivoluzione?

C’è ancora molta strada da fare per cambiare il sistema produttivo

Era il 2011 quando l’Economist gridò alla rivoluzione mettendo in copertina un violino di plastica e titolando a grandi lettere: «stampami uno Stradivari».

 

In cinque anni la tecnologia della stampa 3D ha fatto grandi passi, ampliando il range di materiali adoperabili come inchiostro – tra gli ultimi il vetro –, e diminuendo i costi delle macchine, ormai disponibili anche a qualche centinaio di dollari.

 

Di pochi giorni fa è poi la notizia della presentazione della M1, la prima stampante 3D al mondo che utilizza la tecnologia CLIP-Continuous Liquid Interface, annunciata un anno fa da Carbon 3D. Si tratta di una tecnologia che presenta grandi vantaggi soprattutto in termini di velocità e di assenza di “layer” nella stampa, con tutte le conseguenze che comporta soprattutto in materia di resistenza del pezzo stampato.

 

Sembrano ormai esserci pochi ostacoli all’effettiva realizzazione dello slogan “Se lo puoi pensare, lo puoi stampare”, lanciato da tecnici e appassionati. Fan e sostenitori che dipingono un futuro di abbattimento dei costi tecnologici e trionfo inarrestabile dell’open-source.

 

Altri esperti però ci vanno più cauti. Secondo Gartner, multinazionale leader mondiale nella ricerca e analisi nel campo dell’information technology, l’adozione della tecnologia della stampa 3D sta per avere un vero e proprio boom in campo medico e professionale, ma perché diventi mainstream nel mondo consumer ci vorrà ancora un po’ di tempo. Anche perché il mercato professionale e consumer sono profondamente diversi per necessità e casi di uso.

 

Al momento la stampa 3D coinvolge un complesso ecosistema di software, hardware e materiali il cui utilizzo “non è così semplice come premere il tasto stampa in una stampante a getto di inchiostro” , spiega Pete Basiliere, Research Director presso Gartner. Inoltre il prezzo è ancora troppo alto per il consumo di massa.

 

Certamente la stampa 3D è in continua evoluzione e in grandissima crescita sia dal punto di vista dell’interesse che della domanda. E non mancano alcuni utilizzi decisamente spettacolari, per esempio il nuovo dipinto di Rembrandt presentato ad Amsterdam proprio in questi giorni, prodotto non dal genio pittorico del 17 ° secolo, ma da una stampante 3D tramite un software e un algoritmo di riconoscimento facciale che ha scandagliato accuratamente tutti i 346 quadri del pittore.

 

Sempre nel campo della storia dell’arte c’è chi, come l’artista e attivista iraniana Morehshin Allahyari, vuole utilizzare la stampa 3D per rimediare ai colossali danni a opere d’arte e manufatti provocati negli ultimi anni da Daesh. Di parere simile è anche l’archeologo e professore emerito dell'Università La Sapienza di Roma, Paolo Matthiae, secondo il quale la tecnica della stampa 3D potrebbe essere utile per ripristinare ciò che è stato distrutto dai combattimenti in Siria, anche a prezzo di realizzare dei falsi storici.

 

E ancora: stampe di porzioni di superficie lunare, tutori in grado si sostituire il gesso in caso di frattura, cibo destinato agli astronauti: la stampa 3D sembra prestarsi più che mai alle sperimentazioni.

 

Naturalmente, come per ogni nuova tecnologia, ai facili entusiasmi si accompagnano le critiche. Tra le più popolari, la gran quantità di polveri, residui e sostanze chimiche generate dalla produzione domestica e il costo delle materie prime che andrebbe alle stelle. Per non parlare delle conseguenze dal punto di vista economico e sociale che una produzione decentralizzata potrebbe portare con sé, oltre ai problemi di proprietà intellettuale legati all’utilizzo di file condivisi.

 

Timori a parte, quel che è certo è che molti Paesi del mondo hanno iniziato da tempo la gara per accaparrarsi una porzione di leadership nel settore – primi fra tutti gli Stati Uniti con il colosso Stratasys –, accreditando così l’ipotesi di una nuova rivoluzione industriale.

 

Al momento nessuno sa ancora con certezza che impatto avrà questa nuova tecnologia. Ma scenari probabili includono “selfie del futuro” di figurine in 3D, e chioschi di stampe 3D nei centri commerciali, magari proprio dove un tempo c’erano gli ormai obsoleti negozietti di sviluppo fotografico.