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20 anni, imprenditore

Mark Zuckerberg ha fondato Facebook a 23 anni, Larry Page e Sergey Brin quando hanno fondato Google ne avevano entrambi 24. Lo stesso vale per Elon Musk che, a 43 anni, ha già in curriculum la nascita di Paypal, Tesla e Space XX.
 
Secondo il Kaufmann Index, un indicatore che monitora la nuova imprenditoria, il 24,7% di tutte le nuove imprese che sono nate nel 2014 negli Stati Uniti d'America è stato fondato da giovani con un età compresa tra i 20 e i 34 anni. Una tendenza che è figlia di un'attitudine al rischio imprenditoriale molto diffusa tra i giovani. Secondo il Rapporto Globale Amway sull'imprenditorialità, realizzato in collaborazione con Gfk e Università Tecnica di Monaco, l'80% circa dei giovani under 35 è favorevole all'avvio di un’attività imprenditoriale o di un lavoro autonomo. Media che cresce, ben oltre la media, nel nord Europa (96% la Svezia, 95% la Danimarca) e in paesi mediterranei come l'Italia (83%), in cui spesso tuttavia il giovane imprenditore eredità la propria attività dal padre.
 
C'entra la disoccupazione? Non solo. Se è vero che in paesi come la Germania, con un tasso di disoccupazione relativamente basso, si riscontra una minor attitudine dei giovani a mettersi in proprio, è vero anche che gli imprenditori ventenni hanno la loro massima concentrazione in Silicon Valley, dove non è certo la crisi, né l'assenza di posti di lavoro, a stimolare l'avvio di nuove attività.

 

Al contrario, il cambiamento tecnologico può essere un grande stimolo. Se nell'economia digitale non è più l'esperienza a qualificare il capitale umano, bensì la capacità di imparare cose nuove, è evidente che i giovani hanno una marcia in più nel cogliere lo spirito del tempo e nel saperne soddisfare i bisogni. Allo stesso modo, agendo da startupper - il più delle volte seriali - non scontano il limite della loro inesperienza nella gestione di altre fasi della vita dell'impresa. Creano e vendono e poi creano ancora, in un ciclo generativo continuo.

 

La chiave del loro successo? L'innovazione, certo. Ma anche e soprattutto la contaminazione, la capacità di mettere assieme saperi e intuizioni tra le più disparate. Non è un caso che il luogo entro cui nascono e si sviluppano queste nuove realtà imprenditoriali non siano più i garage, isolati e nascosti. Piuttosto, spazi aperti e collaborativi, dai coworking agli incubatori, dai parchi scientifico-tecnologici sino a veri e propri distretti dell'innovazione, urbani e non, come Shoreditch, a Londra. E non è un caso, peraltro, che proprio a Londra, capitale europea delle startup, incubatori e acceleratori siano aumentati del 110% dal 2011 a oggi.