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Vacanze a costo zero

Viaggiare ai tempi della sharing economy

“Ciò che importa oggi nella vita non sono più le cose. Sono le relazioni. L’esperienza”. L’ha detto Brian Chesky, fondatore e CEO di Airbnb, il portale di alloggi più famoso al mondo.

La sharing economy ha cambiato – in modo profondo – il modo di intendere le vacanze, rispondendo alle esigenze del viaggiatore contemporaneo – rapidità e flessibilità – in modo più pronto rispetto al turismo tradizionale, costretto a programmare sul lungo periodo. Progettare le vacanze con largo – anzi, larghissimo – anticipo sembrava essere l’unico modo per risparmiare. Ora non più. Il più grande vantaggio della sharing economy è proprio questo: avere accesso a grandi affari in qualsiasi momento, attingendo prontamente da un continuo flusso di offerte che durano lo spazio di poche ore. L’imperativo è: superlastminute.

Condividere un posto letto, un passaggio in auto o una cena significa risparmiare per chi usa il servizio, e coprire le spese – quando non guadagnare – per chi lo mette a disposizione. Non solo: anche riscoprire una nuova dimensione del rapporto umano, perché la tecnologia è solo l’interfaccia di partenza che introduce a un contatto reale – più o meno prolungato – tra sconosciuti. Un contatto che, nonostante le misure di sicurezza che le piattaforme mettono in atto, presuppone sempre una buona dose di umana fiducia.

Largo quindi al ride sharing, da Bla Bla Car, il più noto in Italia, al suo omologo spagnolo Socialcar. O, negli Stati Uniti, i siti di autonoleggio fra privati come Getaround e Relayrides.  Per l’alloggio c’è il già citato Airbnb, c’è la possibilità di scambiarsi le abitazioni per le vacanze – come in un film con Jude law e Cameron Diaz – mentre l’ospitalità in cambio di lavoro è offerta dal woofing: pernottamento e pasti in fattorie ricambiati naturalmente dal lavoro agricolo. Un principio simile a quello che regola anche Workaway, piattaforma di offerte da tutto il mondo per varie mansioni, dal giardinaggio al dogsitting.

Il couchsurfing è addirittura a costo zero. In una casa privata si mette a disposizione un couch (divano), un letto singolo o un’intera stanza secondo la filosofia della gift economy. C’è poi il noleggio-scambio di biciclette e attrezzature sportive di vario genere – tra gli altri Sharewood, Spinlister.com e Loc Loc – che danno la possibilità di guadagnare dai propri scii e tavole da surf anziché lasciarli in soffitta a prendere polvere e adoperarli solo un mese l’anno.  Non poteva poi mancare l’aspetto gastronomico. Quale modo migliore per assaporare la cucina del posto che non farsi invitare a cena da qualche autoctono? Il social eating sta prendendo piede con gli home restaurant e gli chef a domicilio. D’altra parte è universalmente condiviso che una cena condivisa sia uno dei modi migliori per socializzare.

Il rapporto tra turista e città sta cambiando profondamente. Abitare in una casa e non in un albergo, usare la macchina o la bici come si fa a casa propria, mangiare nell’ambiente rilassato e casereccio di un’abitazione locale sono tutte esperienze che permettono di sentirsi parte della città, almeno per lo spazio di una vacanza.  E c’è chi, oltre alla praticità e alla flessibilità, vede in questo modo di viaggiare anche una forma di nuova comunanza tra le persone, più solidale e meno concorrenziale.

“Il sogno americano come ce lo hanno insegnato era: crescere, possedere una macchina, possedere una casa”, spiega Brian Chesky: “Ma credo che ormai stia cambiando completamente. Ci è stato insegnato a stare al passo e a competere con i nostri vicini di casa. Ora stiamo condividendo con i nostri vicini di casa”.