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Il cibo e il suo futuro

Scenari come la sovrappopolazione o il riscaldamento globale rendono sempre più attuale una domanda: cosa mangeremo nel futuro? L’olandese Ger van der Wal, fondatore di DeliBugs e di Insect Europe, può essere definito un profeta dell’alimentazione. Il suo lavoro è produrre insetti per trasformarli in cibo, perché, a suo parere, “gli insetti sono buoni, nutrienti e sono un cibo sostenibile”.

 

Non è una novità. Da tempo gruppi di entomologi, soprattutto negli Stati Uniti, promuovono l’idea. Sono nati libri, blog, perfino ricettari. A loro avviso sarebbe una soluzione a molti problemi: gli insetti contengono proteine, grassi insaturi, vitamine e sali minerali. D’altronde in alcune parti del mondo si mangiano già, come in Africa o in Giappone. In Europa e negli Stati Uniti, invece, il tabù alimentare è forte, come è forte la diffidenza da parte delle istituzioni sanitarie del cibo, che devono ancora catalogare i processi produttivi e le effettive proprietà nutritive di questo presunto alimento del futuro.

 

Gli insetti ricadono infatti nella categoria del novel food, cioè del cibo non tradizionale, che non esisteva, cioè, prima del 1997. In poche parole: ogni Paese dovrà decidere se è possibile o meno mangiare insetti. In Olanda e in Belgio ci sono già appositi ristoranti. In Italia è più difficile, ma secondo Ger van der Wal la normativa evolverà in poco tempo: “Prevedo che ci vorranno almeno un paio di anni. Poi almeno una ventina perché mangiare insetti diventi una cosa del tutto normale anche in Europa, infine diventeranno il 30% della dieta di ogni europeo”. Un primo passo è stato fatto proprio in questi giorni: il 28 ottobre, infatti, il Parlamento Europeo ha approvato nuove regole per semplificare le procedure di autorizzazione di “nuovi alimenti” come vermi, larve, scorpioni e ragni. Ma anche funghi e alghe.

 

Grandi novità sul cibo arrivano dal settore all’avanguardia per definizione: quello spaziale. Viaggi sempre più lunghi richiedono cibi nutrienti e agilmente trasportabili, e una via praticata è quella della stampa 3D, un progetto per il quale la Nasa ha stanziato $125,000. Si tratta di stampare cibo a partire da carboidrati, proteine e altri nutrienti in polvere di cui si stima la conservazione fino a trent’anni. La pizza sembra essere il banco di prova più importante.

 

Un’altra strada è quella della coltivazione in orbita: perché portarsi il cibo da casa se si può produrre direttamente in loco? Va in questa direzione il cosiddetto Veggie Experiment del 2014, che consisteva nel mandare nello spazio un’unità capace di coltivare vegetali utili al fabbisogno nutritivo dell’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale. Quest’anno, invece, a far parlare di sé è il progetto Plants Anywhere: Plants Growing in Free Habitat Spaces. Si tratta della messa a punto, da parte di un team di studenti dell’Università del Colorado, di un dispositivo utile alla coltivazione di frutta e verdura e di un robot giardiniere in grado di prendersene cura.

Scenari strabilianti, dunque. Tra i quali, però, il più discusso resta la cosiddetta “scomparsa del cibo”, prospettata da prodotti come il Soylent e il suo equivalente europeo Joylent, i celebri beveroni che consentono di cibarsi direttamente dei nutrienti di base, risparmiando tempo e soldi senza rinunciare a una dieta sana. In un futuro prossimo i pasti in polvere riusciranno a saziare corpo e anima degli abitanti della terra? Ai posteri la sentenza.