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Economia e sentimento

Perché la psicologia comportamentale può influenzare (e salvare) i nostri investimenti

L’11 maggio le scienze comportamentali sono approdate a Palazzo Chigi. Il professor Matteo Motterlini, ordinario dell’università San Raffaele, è stato infatti nominato Consigliere per le Scienze Sociali e Comportamentali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Motterlini è un filosofo della scienza che da anni si occupa di economia comportamentale. Ma cosa c’entra la psicologia con l’economia?

 

Poniamo per esempio che decideste di mettervi a dieta: comprereste più volentieri uno yogurt magro al 95% o uno yogurt con il 5% di grassi? E preferireste un maglione al 90% puro cachemire o al 10% misto lana? A una lettura accorta è evidente che si tratta dello stesso yogurt e dello stesso maglione, eppure la risposta istintiva che ci è balenata in mente dice altro. L’effetto framing è una delle scoperte più interessanti dell’economia comportamentale e la dobbiamo al premio Nobel Daniel Kahneman e ad Amos Tversky, altro pioniere della psicologia cognitiva. Per framing si intende un processo inevitabile di influenza selettiva sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi. In base al modo in cui confezioniamo un’informazione possiamo incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. Ne consegue, spiega Matteo Motterlini: “tutta un’arte della presentazione dei problemi, anche quelli economici, che potremmo chiamare arte della cornice”. Una cornice che, in questo caso, modifica i contenuti del quadro. L’arte della persuasione, la retorica, il modo in cui presentiamo i problemi ha un vasto margine d’azione perché l’essere umano non è perfettamente razionale, e dunque può essere orientato nelle scelte. Una possibilità che non esisterebbe se fossimo tutti capaci – in tutti i casi e invariabilmente – di calcolare i costi e i benefici di ogni nostra azione e – come dicono gli economisti – di massimizzare la nostra utilità. Questo, va da sé, è del tutto inficiato da ogni nostra esperienza concreta, ed è in questa frattura tra razionalità perfetta ed essere umano che è anche – e in gran parte – emotivo si inseriscono le scienze cognitive applicate all’economia. Si tratta di un approccio tutt’altro che banale, che si propone di studiare razionalmente l’irrazionalità umana, attraverso l’economia comportamentale e la neuroeconomia. L’Università San Raffaele, dove insegna Matteo Motterlini, è impegnata in diversi esperimenti che studiano i correlati neurali del nostro cervello quando prendiamo decisioni economiche. Una delle scoperte comprovate è che la paura è un aspetto determinante del nostro processo decisionale. In particolare, si è scoperto che dal punto di vista decisionale le possibili perdite hanno un peso che è più del doppio rispetto a quello dei guadagni. “Questo significa”, spiega Motterlini, “che il dolore inflitto da una perdita è più del doppio del piacere che ci dà un guadagno. E dunque per recuperare il dolore causato da una perdita di 100 euro, dobbiamo guadagnarne più del doppio”. Fatto dunque salvo che la paura può avere un effetto dirompente, come evitare che il panico ci conduca a fare scelte controproducenti? Secondo Motterlini l’unico sistema è conoscere se stessi e la direzione delle proprie emozioni: solo così si può provare a disinnescare le trappole e gli effetti più negativi della paura. Studiare la nostra mente, dunque, e i nostri processi decisionali. In particolare – e qui sta la scientificità dell’approccio – cercando di ritracciare delle costanti; comprendendo i casi in cui il comportamento umano devia in modo sistematico – e quindi prevedibile – dalla teoria economica. Ed è in questo modo, con un’attenzione maggiore alla nostra componente emotiva e volubile, che si apre lo spazio per una nuova economia: un’economia comportamentale, più umana e più funzionale, perché basata su come la nostra mente funziona in realtà, e non come dovremmo funzionare se fossimo agenti a razionalità perfetta, a razionalità illimitata, così come è rappresentato il buon vecchio “homo oeconomicus”.