Generali SpA

Benvenuti nel Gruppo Generali
Seleziona il tuo paese

Dove siamo
                           

Default!

Stati in difficoltà e sistemi di welfare

Era il IV secolo a.C. quando tredici città della lega Delio Attica dichiararono di non poter restituire al Tempio di Delo – che ai tempi funzionava come una sorta di banca – le ingenti somme di denaro prese in prestito per far fronte alle spese militari. Fu il primo default della storia. O almeno questo è ciò che alcune fonti – tra cui l’Economist  – sostennero con spirito aneddotico durante la più recente crisi greca.

 

Il termine “default” indica in origine “una mancanza, un difetto”. Nel linguaggio informatico e tecnologico è “qualcosa che avviene in modo automatico, di consuetudine”: di default, appunto. In economia è invece l’incapacità tecnica di un soggetto a onorare le clausole contrattuali del suo finanziamento. In sostanza, il fallimento. Quando un Paese è coinvolto in un default sovrano (cioè nell'incapacità oggettiva di rimborsare gli obbligazionisti), esce dal mercato dei titoli di Stato e chiede assistenza al Fondo Monetario Internazionale. Esiste un metodo per calcolare il rischio che uno Stato fallisca in un intervallo temporale di cinque anni: i Credit default swap o Cds.

 

Se il caso attico è l’esempio più antico, il più simbolico degli ultimi anni è certamente l'Argentina, che da tempo si barcamena ciclicamente tra inflazione e svalutazione. I default nella storia sono però numerosi e con dinamiche eterogenee: dalla triplice bancarotta della Spagna di Filippo II (1527-1598) alla crisi della Germania della Repubblica di Weimar (1919-33) e del secondo dopoguerra. Dal 1800 in poi, ci sono stati in tutto il mondo ben 227 casi di default, documentati e raccolti in un volume da Carmen Reinhart (ex economista capo presso il Fondo Monetario Internazionale) e Kenneth S. Rogoff. Il 70% dei default dei debiti sovrani è ascrivibile alle crisi finanziarie del 1820, del 1870, del 1930 e del 1980. Nel 1983, infatti, fallirono ben 17 diversi Stati.

 

È interessante notare come in molti casi – come mostra un grafico dell’Economist – le conseguenze economiche di un default siano recuperabili in pochi anni, e la perdita di credibilità dello Stato in questione non perduri nel tempo. Lo dimostra il fatto che anche Paesi considerati oggi solvibili – come Austria, Giappone, Olanda – abbiano in passato attraversato periodi di default e rimodulazione. Ciò che caratterizza le crisi economiche attuali però è che, a differenza del passato, a finire nell’occhio del ciclone sono per lo più gli apparati pubblici degli Stati e i loro sistemi fiscali e di welfare. Aumentano le spese per le politiche passive – i cosiddetti ammortizzatori sociali – e diminuiscono le spese in politiche attive e per la sanità. E questo in parte perché il sistema di welfare più diffuso non tiene conto a sufficienza degli importanti cambiamenti demografici in atto. La popolazione invecchia, l’età media dei lavoratori è sempre più alta e i giovani rischiano di restare esclusi da un mercato del lavoro ormai saturo. E ciò significa meno contribuenti e più spese.

 

Stando alle indicazioni UE, lo stesso sistema pensionistico deve orientarsi verso sistemi previdenziali multi-pilastro: un mix di previdenza obbligatoria finanziata a ripartizione e di previdenza privata a capitalizzazione, volto a ripartire il rischio e a operare sia sul piano della finanza pubblica, sia su quello dei mercati finanziari. Fare fronte a una crisi oggi significa comprendere il mondo del lavoro odierno anziché continuare a fare muro. E ciò che occorre al mercato del lavoro attuale sono le politiche attive: un aiuto nella creazione di competenze, nel loro aggiornamento e nella capacità di spenderle per potersi ricollocare professionalmente. È questa una delle più grandi forme di tutela e di welfare.