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    13 giugno 2017 - 14:24

    Capitalismo collaborativo

    Sharing economy: come cambia il capitalismo

    Al di là dei giudizi sui benefici delleconomia collaborativa, limpatto di società come Uber o Airbnb tenderà a crescere e a cambiare alcuni parametri di riferimento della ricchezza e del mercato del lavoro.

     

    La sharing economy sta cambiando la nostra vita quotidiana nel profondo, anche oltre le nostre intenzioni e le nostre paure. Una rivoluzione “dal basso”, senza confini geografici, che qualcuno considera inarrestabile, che è appena all’inizio della sua curva di espansione, ma che sta già cambiando la struttura del mercato del lavoro.

     

    La definizione di “sharing economy” non ha padri ed è ancora fonte di controversie, ma nel 2011 il settimanale Time la indicava tra le 10 idee che avrebbero cambiato il mondo insieme - tra le altre - all’utilizzo delle cellule staminali e alla delocalizzazione in Cina e India.

    Sei anni dopo cosa si può dire? Dal punto di vista finanziario una società come Uber vale oggi circa 70 miliardi di dollari, 40 volte di più della Hertz che opera nello stesso settore. Un’altra azienda simbolo della sharing economy, Airbnb, la piattaforma per affittare camere e case, viene valutata 30 miliardi di dollari, una volta e mezzo la catena di alberghi Hilton che possiede più di 700mila camere in 4800 alberghi in tutto il mondo.

    Airbnb non possiede un solo immobile così come Uber non possiede un’automobile. Infatti c’è chi parla di “platform economy (economia delle piattaforme), per indicare chi non possiede beni propri ma controlla le autostrade su cui circolano, una definizione più ampia che comprende anche giganti della tecnologia come Amazon o Facebook.

    Altri preferiscono la definizione di economia collaborativa che valorizza la dimensione dello scambio tra pari (peer-to-peer) o di Pool economy, che ricorda il vecchio mutualismo dei primi decenni del secolo scorso.

     

    Secondo gli addetti ai lavori le prime 35 aziende della sharing economy nel mondo valgono circa 300 miliardi di dollari. Nella prima grande ricerca condotta sul settore dal Pew Research Center nel 2016 ben il 72 per cento dei cittadini americani aveva utilizzato un servizio di sharing. Come ricordava The Economist in una storia di copertina del 2013 sta accadendo quello che successe con l’e-commerce quindici anni fa: dopo l’iniziale diffidenza verso l’utilizzo della carta di credito, l’esperienza di acquisto di un servizio fa premio su tutto e incoraggia altri utilizzi. “It is time to start caring about sharing” concludeva il settimanale britannico.


    Secondo PricewaterhouseCoopers entro il 2025 la sharing economy arriverà a valere 570 miliardi di euro con riferimento solo ai cinque settori principali: viaggi, trasporti, servizi domestici a richiesta, servizi professionali a richiesta, finanza collaborativa. Un valore 20 volte superiore a quello del 2016, pari a 28 miliardi. Un boom nel quale a farla da padrone saranno i micro-imprenditori (provider) che si spartiranno circa l’85% della torta.

    Inoltre, secondo il recente report pubblicato da McKinsey Global Institute (ottobre 2016), dal titolo “Independent work: Choice, necessity, and the gig economy”, oggi già più di 162 milioni di persone tra Europa e Stati Uniti - circa il 25 %della forza lavoro - sono coinvolti in una forma di lavoro “in proprio”, caratteristico della sharing economy. Un tipo di attività che viene classificata secondo quattro tipologie: free agents, coloro che attivamente scelgono un lavoro indipendente e dal quale deriva il loro principale introito (30% degli intervistati); “casual earners”, coloro che lo utilizzano saltuariamente (40% degli intervistati); “reluctants”, coloro il cui reddito principale deriva da lavoro indipendente ma che preferirebbero svolgere un lavoro più tradizionale (14% degli intervistati); “financially strapped”, coloro che lavorano per integrare uno stipendio  (16% degli intervistati).

     


    Nel giugno del 2016 la Commissione Europea per la prima volta ha fornito con la Comunicazione COM(2016)356 le linee guida legali e gli orientamenti di policy rivolti a governi e mercato. Il documento si apre con questa affermazione: “L’economia collaborativa crea nuove opportunità per consumatori e imprenditori. La Commissione Ue pensa che la collaborative economy possa fornire un importante contributo al lavoro e alla crescita in Europa se incoraggiata e sviluppata in modo responsabile”.

    Bruxelles utilizza il termine di “Collaborative economy” in “riferimento a quei modelli di business in cui le attività sono agevolate dall’uso di piattaforme collaborative che producono un mercato aperto per l’uso temporaneo di beni e servizi spesso forniti da privati”. Tre gli attori coinvolti: coloro che forniscono beni e servizi (provider), che possono operare in via occasionale o professionale; coloro che ricevono i beni e servizi (user); l’intermediario che rende possibile il contatto tramite una piattaforma online. Dal punto di vista del quadro regolamentare due i paletti fissati dalla Ue. Il primo sui requisiti di accesso al mercato, là dove si ricorda che “licenze ed autorizzazioni possono essere imposte a fornitori di servizi soltanto laddove essi siano non discriminatori, finalizzati al perseguimento di un obiettivo di interesse pubblico e proporzionati rispetto a tale fine”. Naturalmente è molto importante il rapporto tra piattaforme e servizio prestato, con particolare attenzione alla fissazione del prezzo della transazione, alle condizioni del rapporto tra fornitore e consumatore (la sua eventuale obbligatorietà, per esempio) e alla proprietà delle risorse per la fornitura del servizio. Il secondo paletto riguarda il rapporto di lavoro tra piattaforma e lavoratore: se la piattaforma determina la scelta dell’attività, la remunerazione e le condizioni di lavoro il rapporto è di subordinazione. Questo fa la differenza, per esempio, tra Blablacar, il servizio di car pooling più famoso al mondo, e Foodora, Just Eat o Deliveroo, specializzati nella consegna di cibo a domicilio, che dipendono dal lavoro dei fattorini.

    “Siamo di fronte a un nuovo tipo di capitalismo, un sistema di accesso su basi più paritarie” è convinto Arun Sundararajan, docente alla Stern School of Business della New York University, considerato il maggior esperto a livello mondiale sul tema, secondo il quale il “crowd based capitalism”, nel suo mix tra condivisione e mercato, cambierà il paradigma della crescita economica, quindi del Pil, e il modo di guardare al mercato del lavoro.