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    24 aprile 2017

    Il futuro dell’energia solare

    Intervista a Emanuele Pecora

    Il 2016 potrà essere ricordato come uno spartiacque nella storia del fotovoltaico. Per la prima volta negli Stati Uniti è stata raggiunta la parità di costo tra l’energia prodotta da questa fonte rinnovabile e quella che deriva dalle tradizionali. In altre parole: anche l’investimento nel solare (altre sostenibili hanno già tagliato il traguardo della parità di costo) non è più questione di etica; si può fare profitto e generare di conseguenza lavoro.

    “Siamo all’inizio di quello che potrebbe essere un grande periodo di crescita”, in cui “si aprono scenari mai pensati”, afferma Emanuele Francesco Pecora, italiano, originario di Catania, Technology manager expert nel settore dell’energia solare negli Stati Uniti. È a lui che abbiamo chiesto di tracciarci un quadro sulle rinnovabili in generale e sul suo campo in particolare. Un quadro del presente, e del futuro.  

     

    Quali sono le ragioni che hanno portato alla parità di costo?

    A dire il vero l’energia da rinnovabili, in Medio Oriente, costa addirittura meno, rispetto a quella da fonti tradizionali. A ogni modo indentificherei tre motivi fondamentali che concorrono a questo passaggio. Il primo è la tecnologia. Si sono fatti molti progressi, basati spesso su ricerche iniziate anni fa e ora messe a frutto. Gli studi sull’uso del tellurio di cadmio, un composto chimico, per la produzione di cellule solari sono cominciati ad esempio negli anni ’70, ma solo da poco hanno trovato un’applicazione effettiva, e positiva, nell’industria.

    Il secondo motivo è l’aumento della capacità installata a livello globale. A maggiore produzione, costi minori. Il terzo, infine, è legato al secondo. Nel senso che molta di questa capacità è stata prodotta e installata nel sud-est asiatico, dove i costi industriali sono minori. Ecco, la combinazione tra questi tre fattori è all’origine della parità di costo.

     

    Sta finendo lepoca del petrolio?

    Si dice da tempo, ma la transizione da un’epoca all’altra, a livello di produzione e consumo, sarà graduale. Qui negli Stati Uniti, dove vivo e lavoro, il solare è soltanto all’1%; l’eolico al 6%-7%. Ci vuole ancora molto tempo. Assistiamo però a una novità chiara. Le rinnovabili, oggi, non sono più soltanto una scelta etica. Ci sono le condizioni per fare business, e si stanno aprendo scenari mai pensati.

     

    Quali?

    Bisogna riconcepire completamente la rete elettrica, che non è cambiata dai tempi di Edison. Ci sono le centrali – sempre accese – che producono energia, e c’è la rete di trasmissione che la porta all’utilizzatore. Nel solare, il ramo in cui opero, ci sono tanti impianti solari su larga scala, ma c’è anche l’auto-produzione, ad esempio i pannelli che ognuno di noi può installare sul tetto di casa o della sua azienda. Permane quindi un elemento centralizzato, cui si affianca un fattore decentralizzato. La rete deve adattarsi a questo, deve diventare bidirezionale.

    C’è poi il problema della continuità. Il solare, come le altre rinnovabili, non è continuo. Dipende dalla presenza di sole, come l’eolico è vincolato a quella del vento. Ciò incide fortemente sulla rete. In California e nelle Hawaii, dove la produzione da solare ha già raggiunto, rispettivamente, il 10% e il 20%, si evidenzia già da ora un forte disallineamento tra produzione e domanda. Il picco della prima avviene nel primo pomeriggio, quello della seconda verso le 17-18, quando la gente torna a casa e usa la cucina, accende il computer, l’aria condizionata, mette in carica il telefono.

    Un’ulteriore criticità è quella delle auto elettriche. Ce ne sono sempre di più in circolazione. E anche il trasporto pubblico è sulla via dell’elettrificazione. Siamo persino giunti al punto in cui, sempre in California, alcune compagnie del comparto elettrico incentivano economicamente chi ricarica l’auto in momenti della giornata che non coincidano con il rientro a casa, quindi con il picco della domanda. È per questo che torno a dire che la rete va ripensata.

     

    Quali sono le soluzioni?  

    Ce ne sono molte, e ne cito solo alcune. C’è chi per esempio sta iniziando a orientare i pannelli a ovest. Si rinuncia a cogliere la massima irradiazione, che viene da est e sud, ma in compenso si ha energia nel momento in cui se ne ha maggiormente bisogno, e non si spreca quella che verrebbe accumulata nel primo pomeriggio, quando serve di meno.

    Un’altra questione cruciale consiste nel coniugare l’energia con l’Internet delle cose. In uno scenario auspicabile, e non troppo distante dalla realtà, a dirla tutta, si potrebbe gestire il controllo dell’energia in base alla variazione del clima. Per esempio, sapendo che a breve passerà sopra la mia abitazione un banco di nuvole, il sistema di controllo dell’energia potrebbe abbassare la temperatura del frigorifero prima dell’arrivo delle nuvole stesse, metterlo in standby al momento del loro passaggio (l’abbassamento avuto in precedenza mantiene la temperatura al livello giusto) e farlo ripartire normalmente dopo quest’ultimo. Questo garantirebbe efficienza. Mentre se io non facessi nulla, il frigorifero chiederebbe di consumare energia e attingerebbe dalla rete classica, non dal solare, perché appunto, ci sono nuvole che incombono.

    Infine, vanno migliorate le previsioni del tempo. Sarebbe opportuno stimarle in periodi brevi, da qui ai prossimi minuti. Ma qui servono ancora tanti investimenti in intelligenza artificiale. Ci si sta però lavorando.

     

    Il solare crea lavoro?

    Il tasso di crescita annuale composto nel settore a partire dal 2010 è del 58%. Nell’ultimo anno si sono creati oltre 260mila posti solamente negli Stati Uniti: più di quanti ne vengono distrutti a causa della chiusura di miniere, ad esempio. Il salario di ingresso peraltro è buono. E non è possibile esternalizzare, nel senso che installazione, manutenzione e altri processi devono per forza essere fatti in loco.

     

    Ma la vera rivoluzione, in America, non era quella dello shale gas?

    Lo shale gas ha indubbiamente contribuito all’autosufficienza energetica degli Stati Uniti, il che è una grande rottura, perché non c’è più dipendenza dalle importazioni. Ma lo shale gas conviene quando il prezzo del petrolio è basso, perché i processi estrattivi costano. E in secondo luogo, il vero fenomeno che prende corpo sullo sfondo è quello della sostituzione delle fonti tradizionali con le rinnovabili. In California si riduce la quota del nucleare; in tutto il Paese chiudono centrali elettriche a carbone che hanno esaurito il ciclo vitale. Una grandissima parte della nuova capacità messa in rete deriva dalle rinnovabili.

     

    Come incidono le scelte della politica sullo sviluppo del solare?

    In questi anni sono stati applicati due modelli. Uno di forte incentivo a chi installa, nel senso che l’energia prodotta viene venduta a tariffe vantaggiose alla rete nazionale (feed-in tariff). In questo caso, si crea una forte e rapida crescita. Terminati gli incentivi, però, si rischia un serio rallentamento, con ripercussioni su profitto e lavoro. L’altro schema – quello seguito qui negli Stati Uniti per esempio, ma non solo – è quello del finanziamento a ricerca e sviluppo. Se ne fa carico lo Stato perché i privati mancano spesso delle risorse necessarie, che sono ingenti. In questo modo non si altera il mercato.