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    09 maggio 2017

    Cambiare aria

    Come il cambiamento climatico sta modificando le produzioni agricole

    Fa sempre più caldo. E le coltivazioni secolari se ne vanno al fresco, al riparo  dall’afa e da (nuovi) parassiti che ne infestano lo sviluppo.

     

    “L’ulivo cammina”, dicevano i vecchi agricoltori. Oggi il simbolo della civiltà del Mediterraneo ha preso a marciare verso nord e in qualche caso scala anche le montagne. Le 10 mila piante della Valtellina, le mille della Valle d’Aosta fino ai 100 mila esemplari in Piemonte,  con una forte concentrazione a Ivrea e nelle Langhe, quelle attorno al Lago di Garda  e perfino gli oliveti del Galles (a nord dell’isola di Anglesey) sono là a testimoniare che il cambiamento climatico sta già cambiando il paesaggio e in futuro, forse, anche i gusti alimentari. L’ulivo è una pianta nobile che, per vivere, ha bisogno di luce e poca acqua, con una longevità che può raggiungere anche i mille anni. Ma la siccità e le temperature in aumento stanno mettendo a rischio le coltivazioni, oggi infestate da parassiti che prosperano nei climi tropicali.

    Secondo Agrinnova, il centro ricerche nel campo agro ambientale dell’Università di Torino, ci sono 63 nuove minacce che  spingono verso le Alpi le coltivazioni secolari. Il contagio degli oliveti del Salento da parte della Xylella, che dissecca rapidamente le piante, è solo uno di questi. E sono 21 le colture minacciate da questi intrusi avvantaggiati dal “climate change”, tra questi: la vite, il pomodoro, le arance e i girasoli. Va detto che non stiamo assistendo a un’ emigrazione di massa. Almeno non ancora.

    Come stima Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, su 150  milioni di piante presenti in Italia, 5 mila frantoi e più di un milione di ettari lavorati da 700 mila aziendale agricole e 220 imprese industriali, la maggior parte continua ad avere un indirizzo nel Mezzogiorno e nel centro d’Italia. Il 96% dell’olio extra vergine è prodotto ancora nel Mediterraneo. E la Penisola rimane il secondo produttore al mondo di olio di oliva con una quota del 15% del mercato globale – dietro la Spagna che ne ha il 40% del mercato – e secondo esportatore. Eppure da qualche anno l’Italia è anche primo importatore con Grecia e Tunisia che diventano fornitori dei trasformatori italiani. Infatti negli ultimi anni si è registrato un crollo della produzione delle coltivazioni a causa dell’abbandono della raccolta che oggi vale circa 445 mila tonnellate. Il calo produttivo ha riguardato tutte le regioni d’Italia salvo Piemonte e Sardegna, che hanno visto aumentare la produzione, rispettivamente del 40% e 17%.

    L’olio che sgorga dalle montagne crea allarme perché ci dice che il cambiamento climatico è una realtà che incide sui paesaggi e le coltivazioni tradizionali. Ma allo stesso tempo suscita interesse. Basti pensare al Taggialto, un ulivo che sopravvive sull’Appennino ligure in condizioni estreme, oltre i 500 metri e a basse temperature durante l’inverno, ma che produce un olio che oggi figura nei menù più rinomati del Belpaese.